Lavori in corso!

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Ogni tanto la casa, il nido che ci accoglie da molti anni, ha bisogno di qualche restauro…

Scatoloni, scatole, smontaggio mobili, tanta fatica, ma poi tutto sarà più nuovo e più bello! Ho sempre sostenuto la tesi che bisogna rinnovarsi… non solo nello spirito e nel modo di affrontare il futuro, ma nelle cose, negli oggetti, nel guscio che ci accoglie e che sopravviverà a noi.

A presto… spero…

 

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Un tenero ricordo…

La famosa foto sul dondolo si ripete ogni anno. Le quattro nipoti sono pronte, in posa, ed il nonno scatta la dodicesima foto. Dodici sono gli anni delle prime due nate.

Facendo dei semplici calcoli, mancano sei anni ancora al compimento del 18 anno di età, sempre delle grandi. Ma quest’anno, dopo aver scattato la foto, il dondolo ci ha abbandonato! Sempre quello, sempre lo stesso… Sarà che i “fagottini rosa” sono cresciuti?

Scherzi a parte, il prossimo anno il nonno farà del tutto perchè il dondolo ritorni a fare il dondolo per la foto. Ce la metterà tutta! Perchè, come dice lui, deve essere sempre lo stesso… Paranoie di un nonno.

Supernonnamary, invece, ricordando un bellissimo film di Carlo Verdone, “Al lupo, al lupo”, storia di tre fratelli ormai grandi, alla ricerca di un padre scultore sparito,  lo ritrovano in una vecchia casa al mare, che li accoglie con la frase: “Vorrei morire, ma senza morte”, ho tentato di immedesimarmi in quel padre che ritrae i suoi figli adulti ricordandoli però, quando erano bambini…

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Il passo di Tersicore ed altro…

Il saggio di fine anno pian piano si avvicina. Le piccole e grandi ballerine di danza classica, moderna, aerea, tango e caraibica e canto attendono l’evento piene di gioia ed entusiasmo, consapevoli che ciò che andrà in scena rappresenta il risultato di tanti sacrifici, ma soprattutto di una grande passione verso l’Arte.

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Il saggio rappresenta l’insieme di più esibizioni che derivano da un percorso professionale e personale dell’allievo; inoltre segue un programma prestabilito che funge da filo conduttore nel racconto della trama scelta per le varie rappresentazioni.

Tutto questo dà vita a quello che viene definito con una sola parola: spettacolo!

Il fascino dello spettacolo permette, a chi si esibisce e a chi fa da spettatore, di viaggiare con la fantasia dimenticando una realtà che spesso non ci appartiene e da cui vorremmo fuggire…

Il lavoro procede fino al gran giorno. Tutto è ormai pronto. L’emozione è a mille, l’attesa non fa che moltiplicare il talento, la partecipazione, il piacere di esprimere e di esprimersi.

“Umani – Storie di animi ribelli che hanno cambiato il mondo” è il titolo di quest’anno. Dedicato a uomini, ma soprattutto a tante donne che hanno fatto la storia, da Oscar Wilde, a Frida Kalo (con la partecipazione nella scenografia di un mio quadro)

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Carla Fracci, Coco Chanel, Evita Peròn… e proprio sulle note di Don’t cry for me Argentina, l’esibizione del tango di gruppo…

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Una fatica ed un’emozione ripagata da tanti applausi!

 

 

 

La storia si ripete…

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”

(Dante Alighieri – Purgatorio – Canto VI)

Vorrei tanto poter essere ottimista, ma stiamo attraversando uno dei momenti più bui dei nostri tempi… e sembra che la cosa ci stia scivolando addosso.

La corruzione si è infiltrata anche nella Magistratura, mettendo a rischio la credibilità istituzionale. Si grida allo scandalo per l’inchiesta venuta alla luce in questi giorni, ma siamo sicuri che questi fatti e questi comportamenti non erano già noti da tempo agli addetti ai lavori?

Il sistema giudiziario italiano è considerato il meno efficiente tra tutti quelli dei grandi paesi europei. Processi lentissimi e tutti i tentativi di riformare il sistema sono rimasti bloccati. Se ne parla e basta.

Mi chiedo: come può un magistrato arrivare a tanto?

Così come per la politica, cala la fiducia dei cittadini anche per questa casta.

Troveremo una soluzione al “bordello”?

 

Storia del maritozzo!

Cos’è il maritozzo?

La storia del maritozzo risale al tempo dei Romani. Esistevano infatti delle pagnotte addolcite dall’aggiunta di miele e uvetta, pasto sostanzioso e nutriente che coniugava bontà a praticità, realizzato dalle mogli per i mariti. Da questo “panino” probabilmente derivarono i maritozzi, la cui ricetta originale prevedeva infatti l’aggiunta di uva passa. In tempi più recenti era l’unico peccato di gola che ci si poteva concedere durante la Quaresima – periodo in cui prendeva lo scherzoso appellattivo di “er Santo Maritozzo” – dalla forma più piccola, dal colore più scuro e arricchito da uvetta, pinoli e scorzetta d’arancia candita.

Sono molte le leggende e i racconti che ruotano attorno al maritozzo. Studiosi, poeti e artisti della tradizione romana si sono cimentati nel lodare lo squisito dolce. Il  Belli racconta come il maritozzo in passato venisse  donato dal ragazzo alla propria fidanzata il primo venerdì di marzo e che all’interno del suo cuore morbido fosse nascosto un anello o un’oggetto d’oro. In questa occasione il futuro marito prendeva l’appellativo canzonatorio di “maritozzo”.
Secondo altri, invece, con l’impasto veniva realizzato un dolce a forma di cuore e donato dalle ragazze in età da marito al più bel giovane del paese, che a sua volta avrebbe sposato colei che avrebbe preparato il più buono.

Acqua, farina, lievito, zucchero, latte, uova e burro o olio. Un’antica ricetta fatta di ingredienti semplici, ma che promette… di estasiare il palato! È il maritozzo, una pagnottella soffice, spaccata a metà e riempita di panna montata.

“Me stai de fronte, lucido e ‘mbiancato, la panna te percorre tutto in mezzo, co ‘n sacco de saliva nella gola, te guardo ‘mbambolato e con amore. Me fai salì er colesterolo a mille, lo dice quell’assillo d’er dottore, ma te dirò, mio caro maritozzo, te mozzico, poi pago er giusto prezzo! “(Ignazio Sifone, Ode ar maritozzo, Garbatella, 1964).

Ed ecco la ricetta, facile facile …

Ingredienti:

500 gr. farina di manitoba

70 ml. olio di semi

100 gr. uvetta ammorbidita

250 ml latte tiepido

1 uovo (più un tuorlo per spennellare)

1 pizzico di sale

70 gr. zucchero

8 gr. lievito di birra fresco

buccia di limone grattugiata

400 ml. panna da montare

Per il procedimento, sciogliere nel latte tiepido (non bollente), insieme ad un cucchiaio di zucchero, il lievito. In una ciotola disporre la farina a fontana, mettere al centro il latte, l’uovo, la buccia di limone, l’olio, il pizzico di sale e lo zucchero. Impastare il tutto ed aggiungere l’uvetta ammorbidita amalgamando bene il tutto.

Coprire e far lievitare fino al raddoppio di volume (circa 2 ore). Dividere poi l’impasto in 10 pezzi, impastare di nuovo e dare la forma di paninetti allungati. Disporli in una teglia rivestita di carta forno. Coprire e far lievitare per un’ora, Spennellare poi con il tuorlo sbattuto con poco latte. Cuocere quindi in forno preriscaldato statico a 170/180 per 15-20 minuti circa.

Far freddare, tagliare lasciandoli uniti alla base e riempire con panna montata!

E questo è il mio risultato della ricetta del mese…

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Senza parole…

In questi giorni frenetici (ogni tanto ne succede una!) non ho avuto il tempo per poter ringraziare chi, con parole delicate e condivise, ha voluto trasmettermi vicinanza ed affetto per questi giorni un po’ così…

Lo faccio con la mia proverbiale “romanità”, avendo trovato un mio scritto sul blog che risale addirittura al 2007! Quanta acqua sotto ai ponti… e quanti amici…

Dietro questa tastiera alcuni sono ancora presenti, altri sono partiti verso altri lidi… Ariela, Octopus, Elle, Amfortas, Mio Capitano, Il Mago, Freud…

SENZA PAROLE

L’amichi che te parleno in virtuale
so’ senza volto, ma credi, so’ speciale.

Tu scrivi, te sfoghi, te confidi
e loro lì sur blog
se fanno vivi!

Te lasceno commenti e puro na’ poesia
pe’ consolatte, senza ipocrisia.

Fanno le cose proprio ar naturale,
quelle che te corpiscono ner core
e, a vorte, quasi te lassano
senza parole…

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Permette un ballo?

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Sulle note melodiche di una vecchia canzone ho ballato con Amedeo, il professore di musica delle scuole medie. E’ quì da circa due anni. E’ arrivato dopo mia madre.

Vede l’unica figlia e i nipoti molto di rado, lei vive a Torino. Ha perso un figlio di 19 anni, tanti, tanti anni fa.

Oggi pomeriggio, come tutte le settimane, le canzoni allietano la monotona esistenza degli abitanti della Casa di Riposo.

Elda, dietro di me,  mi bussa sulle spalle mentre ascolto la musica, cerca le mie mani per stringerle affettuosamente. La collana di perle sul maglioncino beige non manca mai. Forse la indossa anche quando va a dormire.

Vuole parlare e i suoi discorsi strampalati mi divertono e mi rendono triste allo stesso tempo. Sua figlia vive a Roma e non ha tempo di venire spesso.

Caterina non ascolta la musica. Vaga incerta per le stanze, gli occhi hanno lo sguardo altrove.

Maria, la romana come la chiamano, oggi non ha voglia di cantare. Spesso la vedo piangere e dire che ha voglia di tornare a casa sua. Conosce tutte le canzoni romane… ma oggi no, non ha voglia. Ha avuto un ictus. E’ arrivata all’istituto due anni fa, su una sedia a rotelle e la testa che guardava continuamente in basso. Ora cammina, trema un po’… è il cuore che non va, mi dice.

Una mattina i figli si sono presentati con due valigie. Mai più visti.

Ettore dorme, nonostante il frastuono della musica. E’ un ex calciatore, alto, fisico asciutto. E’ la testa che sta da un’altra parte… Ha sempre fame e non ricorda mai dov’è la sua stanza.

Rosina prima di Natale è caduta. Una caduta stupida per una signora che non sta mai ferma. Frattura multipla del femore. Dopo l’intervento non ha voluto fare fisioterapia. Testarda! Ora passa il suo tempo su una sedia a rotelle e chiama sempre sua madre.

Pina, Teresa, Salvatore, Mattia… ognuno con la sua storia da raccontare.

E poi mia madre, chiusa nel suo mondo, un mondo che non è più fatto nemmeno di ricordi. Spariti. Tutti.

Mentre ballo mi fa dei cenni con la mano, continuamente. Le sorrido, cercando di coinvolgerla nel divertimento e nella musica. Ma lei non riesce a condividere. Mai.

Non è la malattia, che distrugge anche chi le sta ogni giorno accanto. E’ il suo modo d’essere, lo è sempre stato.

Sola, sempre sola in mezzo a tanti…

 

Prova del cuoco virtuale

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Per chi già mi conosce sa che amo l’arte in tutte le sue declinazioni. Dalla pittura, al bel canto, al ballo (quest’anno oltre alle lezioni di pilates che ormai da quattro anni mi appassionano, mi sono iscritta ad un corso di balli di gruppo), alla cucina.

Adoro cimentarmi in nuove ricette che, grazie ad internet ed ora al nuovo blog, dove ho conosciuto delle blogger bravissime nell’arte culinaria, piano piano stanno facendo parte di una mia raccolta, insieme alle vecchie ricette trascritte, lasciatemi in eredità da nonna Maria.

Sarebbe interessante, per chi ne ha voglia o, magari, per chi già lo fa, pubblicare almeno una volta al mese, partendo da quello corrente, marzo, la ricetta di qualche piatto particolare, magari anche inventato, con la descrizione degli ingredienti e la foto del risultato finale. Una prova del cuoco virtuale, così come dice il titolo del post.

Il mio piatto del mese è…

Torta rustica alle pere, speck e ricotta

Ingredienti:

1 rotolo di pasta sfoglia fresca

2 pere

400 gr. di ricotta mista

100 gr. di speck

1 uovo

poco latte

sale

pepe

semi di sesamo

Procedimento: tagliare le pere a piccoli pezzi. Lavorare la ricotta aggiungendo lo speck a listarelle, aggiustare di sale e pepe e mescolare aggiungendo i piccoli pezzi di frutta.

Srotolare la pasta sfoglia e riempirla con il composto. Formare un rotolo, spennellare con il tuorlo dell’uovo dove si aggiungerà un poco di latte. Ricoprire la superficie con semi di sesamo.

Mettere in forno ventilato (già caldo) a 180 gradi per circa 20/25 minuti.

E buon appetito!

 

 

 

Aiuto, ho la febbre!

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E’ lo sguardo il primo indizio. E’ una via di mezzo tra un pericolo di morte e l’occhio di un merluzzo andato a male. Se non bastasse questo messaggio, lui ha già disseminato il pavimento di fazzoletti umidicci.

Gli scaffali di casa sono già pieni di flaconi di medicinali la cui scia ci conduce fino al letto.

Il termometro, che segna una temperatura di 37.5 gradi, è già in bellavista sul comodino. Starnuti e colpi di tosse secca riempiono l’aria e ci raggiungono al piano di sotto.

No, nessun dubbio: Lui è malato.

Un malessere che qualsiasi donna si porta al lavoro, a fare la spesa, a rassettare casa, in palestra e con cui convive tranquillamente fra una sindrome mestruale, un parto e una trentina di malattie infettive che potrebbe contrarre a contatto con i propri figli e… nipoti!

Ma quello che per noi donne è un banale inconveniente, per Lui è il Male Assoluto! Un problema grave, insopportabile, debilitante che richiede, per noi, la massima attenzione e cura.

Infatti, l’uomo malato vuole essere rassicurato che guarirà ma… con noi vicino.

Spesso ci lasciamo ingannare dalla vocina lamentosa e dai “grazie”, “scusa” elargiti insistentemente. Ma è un inganno. Si tratta semplicemente di meccanismi di autoconservazione: gli serviamo per compatirlo e nutrirlo.

E allora, per sopravvivere a tutto questo… al primo segnale di malanno ci conviene suggerirgli di andare dal dottore (che di solito, come ogni maschio medio, teme ed evita) o di sottoporsi a degli esami del sangue.

  • Esagerata! – dirà, e nel giro di poche ore, sarà in perfetta forma!