La volontaria convertita e l’Italia

Partita per fare del bene in Africa, torna ricoperta dalla testa ai piedi con un lenzuolo verde. Una tunica indossata dalle donne somale islamizzate nei territori controllati ancora dagli al Shabaab.

Per non essere fraintesa voglio dire che assolutamente non si lascia una connazionale nelle mani dei tagliagole islamici nè sono d’accordo con chi in questi giorni sta riversando odio ed oscenità sui vari social e nel dibattito politico. Aggiungo comunque che in questo avvenimento c’è un però. Ed è un però che ci riguarda come Paese e come comunità.

Dobbiamo essere consapevoli che il denaro consegnato a quella gente (nonostante le varie smentite a cui non credo assolutamente), metterà in pericolo molte altre vite, italiane ed africane. Soprattutto donne e bambini africani  che rischiano ogni giorno di essere trucidati, violentati, preparati alla guerra, quelle donne e quei bambini per cui la ragazza era partita volontaria, nonostante l’avessero sconsigliata per quella zona, con l’intento di aiutare.

Per quanto si possa essere felici per il ritorno di una giovane sana e salva, per la gioia della sua famiglia, l’argomento non può sottrarsi al dibattito pubblico.

Trattare con i terroristi islamici di al Shabaab, i più sanguinari, che si sono macchiati di stragi orrende, e forse pagare un riscatto, potrebbe essere stata una via obbligata, ma certamente non un qualcosa che possa essere celebrato ed ostentato.

Anche perchè non è il riscatto in sè. E’ il messaggio di un governo pronto non solo a pagare, ma a trattare e a prestarsi ad una propaganda jihadista. Gli abbracci festosi per il ritorno di un ostaggio convertito all’islam, non si sa bene come, dopo 18 mesi di prigionia, sceso dall’aereo con indosso una tunica islamica, sono stati l’ostentazione di un governo sempre più in cerca di consenso.

“La sua non è una scelta di libertà, non può esserlo stato in quella situazione. Scegliere una fede è un percorso intimo e bello, con una sua sacralità intangibile, che nulla ha a che vedere con la situazione drammatica e dolorosa in cui questa ragazza si è trovata”, scrive Maryan Ismail, antropologa della comunità somala di Milano.

Certe cose, se si fanno, si fanno in silenzio e non certo sbandierando tutto ai quattro venti!

Ho voluto esporre il mio pensiero sulla vicenda, visto che da qualche giorno non si fa altro che parlare di questo…