Noi che ci scusiamo di essere italiani

Dopo aver introdotto i vuoti delle bottiglie di plastica nell’infernale macchinetta “mangiatrice” ed aver ritirato il biglietto che li ha conteggiati. Dopo “20” dank  (grazie) e “39” entschuldigen (mi scusi) alla signora che sembra, con il suo ghigno, volermi prendere a calci nel sedere, mi dirigo verso la cassa dell’enorme supermercatocentrocommerciale di Hofheim rispettando ordinatamente la coda, ad un tratto mi chiedo: ma non stai esagerando?  Non hai mica nascosto un pacco di biscotti dentro la borsa!

Il fatto è che all’estero ti senti in colpa, è questa la sensazione. Hai paura di fare la figura del parente zozzone.

Accade in Francia, o in Spagna, figurati in Germania… E alla domanda fatidica: – Da dove viene? –

– Io italiana… – balbetti. Oddio, pensi, ora chiederà di Berlusconi, del bunga-bunga, di mafia e corruzione. Sì, ti senti a disagio perchè sei italiano, anche se hai sempre mal sopportato chi denigra il tuo Paese.

Eppure avverti qualcosa, quasi un dolore. Mi prende ogni qualvolta  l’aereo decolla, lasciando l’Italia, sorvolando poco dopo sulle Alpi, oltre il confine.

No, la Germania non è bella, sicuramente ordinata.

– Dai, tedeschi, provate a battere la Toscana, i colori delle colline senesi, o le colline del pavese, i rilievi che dalla pianura veneta salgono verso le Dolomiti. O i silenzi dell’Appennino, tra Rieti e L’Aquila. L’antica Roma, il Rinascimento… l’azzurro del mare della Sicilia, il verde smeraldo del mare della Sardegna… Voi ce l’avete? –

Non mi consolo e, arrivata all’aereoporto di Francoforte, il disagio resta. Ma cosa ha questa Germania che l’Italia non ha più?

E’ qualcosa che non si vede, ma si percepisce ovunque. All’inizio pensavo fossero solo dettagli: i giardinetti davanti casa curatissimi, i municipi con la bandiera immacolata in ogni paesino, oppure i platani dei viali ordinati in lunghe file.

Non è mancanza di fantasia, piuttosto armonia, indizio di un progetto comune. Un abisso, confrontato con le casette senza stile delle nostre campagne. Ovunque diverse: ognuno ha un proprio disegno e… al diavolo il resto!

Quì si pensa al futuro, vivendo il presente ed il Paese va avanti.

Così, dopo venti giorni, sono tornata. Percorrendo dall’aereoporto la strada verso casa, ho avuto come la sensazione di un vuoto nel paesaggio. Finchè, come folgorata, ho capito. Quì manca qualcosa che tenga tutto insieme. Qualcosa in cui riconoscersi per sentirsi tutelati, per fare grandi progetti.

Manca lo Stato. Manchiamo soprattutto noi.