Buone Feste

A chi vedo tutti i giorni.
A chi non vedo quasi mai.
A chi vorrei vedere il prima possibile.
A chi è partito.
A chi è restato.
A chi si muove troppo.
A chi si muove troppo poco.
Buone Feste.
Buon relax…

La politica e il Condominio Italia

Qualche tempo fa il nostro presidente del Consiglio affermò, in maniera molto concreta e sintetica, che “gli italiani sono pazzi”.
Naturalmente, quando qualcuno dice la verità, si levano subito cori di protesta. Non sono in grado di dire se questa finanziaria sia un bene per il nostro Paese, oppure no; non ho grande consuetudine con la politica, nè amo le diatribe tra governo ed opposizione. Ma leggendo i quotidiani o assistendo ai discorsi dei politici nelle varie trasmissioni televisive, a volte mi viene da pensare che la politica è come una riunione di condominio, il Condominio Italia, folle e senza senso.
Ci sono persone che vivono per la consueta obbligatoria riunione annuale; la loro mente ragiona solo per millesimi, per grondaie bucherellate,per litigi sul colore dei muri del cortile, per lampadine bruciate, per scale sporche.
Ragiona e parla di cose senza un senso, sulla grandezza dello zerbino, sulle deleghe. Ah, quanti battibecchi sul numero delle deleghe!
Eppure i condomini, presi uno per uno, sono brave persone, spesso professionisti affermati. Ma quando c’è il bene comune in discussione, queste persone perdono la testa e si comportano da pazzi.
Così immagino la Camera ed il Senato, per quel poco che vedo in tv.
Gli insulti, le volgarità, le contese, le mille stranezze: ecco, dei pazzi che rappresentano altri pazzi.
Naturalmente i pazzi siamo noi, noi italiani. Con le nostre manie, con la nostra propensione al ridicolo.
E naturalmente, se poi qualcuno afferma che siamo pazzi, guai a prenderlo alla lettera! Pensiamo subito alla sua di pazzia, al complotto dietro quella frase.
Forse perchè la pazzia ama mascherarsi da normalità…

Amsterdam (II parte)

Usciamo in silenzio. Questo “alloggio segreto”, con le sue scale e scalette e le stanze buie, mi sta davanti con una forza ossessiva, come una grande trappola.
A piedi ripercorriamo la strada che ci ha portato al Museo, costeggiando il canale dove ormeggiano chiatte piene di fiori e piante.
Ho bisogno d’aria, di luce, di cielo, di gente e mi rendo conto della sofferenza che si prova quando si è costretti a fuggire e a nascondersi.
Entriamo in un eetcafès con grandi vetrate per uno spuntino: olive, pezzi di formaggio olandese con senape e bitter-ballen, polpettine di carne fritte e… naturalmente birra olandese.
Vorrei starmene quì, seduta a guardare la vita che scorre sulle facce della gente che passa.
Ma ci si incammina di nuovo: il pomeriggio è dedicato all’acquisto di souvenirs.
La pioggia è fastidiosa, ma vale la pena di arrivare al De Bijenkorf, in piazza Dam, il più conosciuto grande magazzino olandese, come l’Harrods a Londra. In questo periodo cè un intero piano dedicato alle decorazioni natalizie. Una meraviglia di luci e colori!
Decidiamo di tornare in albergo dopo cena.
Una delle immagini forti, ed aggiungo forse anche un po’ squallida, della moderna Amsterdam è quella delle prostitute vestite in modo succinto ed avvolte da luci rosse al neon. Come “oggetti del desiderio” ammiccano e tentano i passanti dalle vetrine. Siamo arrivati per caso nel quartiere a luci rosse.
Questa è una zona intersecata da una rete di stretti vicoli, dominati da sexy shop e club ambigui. Prima di partire, gli amici ci avevano parlato di questa “attrattiva” olandase come di una cosa divertente da non perdere, ma non ho trovato nulla di divertente negli sguardi e negli ammiccamenti di queste donne…
La gita volge quasi al termine. Riprendiamo il tram n. 4 per tornare in albergo, vicino alla Station RAI.
Sono le 23,30. Il cartello elettronico annuncia che il n. 4 passerà alle 23,32 e, puntuale come sempre, arriva affollato con il suo bigliettaio ed il suo conducente che ad ogni fermata annuncia al microfono dove siamo.
E’ buffo sentirli parlare da un capo all’altro tra di loro, ridono e scherzano, chissà cosa si raccontano.
Altro mondo, altra cultura, altra civiltà…
Domani si riparte per l’Italia. Appuntamento all’aereoporto di Fiumicino con Giulia, che arriva da Madrid.
Sono 20 giorni che non vediamo la nostra “cucciola”. Chissà se è un po’ cambiata.
Ma questa è un’altra storia…

Amsterdam (I parte)

Atterriamo all’aereoporto di Schiphol sotto una pioggia battente.
Sono le 17,00 ed è già notte fonda. Il tempo di cercare un taxi ed in dieci minuti ci troviamo davanti all’albergo.
Così inizia la mia gita di tre giorni ad Amsterdam, la più grande città del Nord Europa, un connubio di bellezza, serenità e squallore.
Tranquilla e allo stesso tempo turbolenta.
Leggo sulla guida che Amsterdam emerse nel 1200 circa dalle brume dei Paesi Bassi presso la foce del fiume Amstel e nacque come un villaggio di pescatori.
Ho fretta di tuffarmi per le vie centrali e rendermi conto di chi vive in questa città, gli usi e i costumi della gente che la abita.
E’ incredibile vedere persone di tutte le età sfrecciare in bicicletta, incuranti della pioggia. Sono abituati.
Nonostante sia una città relativamente piccola, ha un numero incredibile di musei e gallerie. La prima meta sarà di sicuro il Museo di Van Gogh.
Canali e corsi d’acqua sono attraversati da ponti stupendi e fiancheggiati da ricche dimore cittadine in stili architettonici vari. Mi ricorda Venezia…
Ci rilassiamo in un caffè a guardare le imbarcazioni che scivolano sull’acqua. Sembra che gli abitanti amino sostare e conversare, ad ogni ora del giorno e della notte, davanti ad un bicchiere di birra, buonissima!
Piazza Dam e Rembrandtplein sono le più caratteristiche. Si respira un’aria di libertà e tolleranza.
In ogni angolo di strada chioschi di narcisi, tulipani, lillà, giacinti, iris, dalie, macchie multicolori che non puoi fare a meno di ammirare e… comprare, naturalmente! 100 bulbi tra tulipani e narcisi da piantare in giardino.
C’è una coda lunghissima di persone questa mattina per entrare al Museo di Van Gogh, ma scorre veloce, sotto gli ombrelli, e finalmente entriamo.
E’ sempre un’emozione straordinaria trovarsi di fronte a tanti dipinti che conosci solo attraverso i libri… I Girasoli, La camera da letto di Arles, Corvi nel campo di grano.
Il pomeriggio, dopo una sosta, un hot-dog e patates frites (ci sono bancarelle in ogni angolo), ci lasciamo andare in tentazione davanti ad un panificio che espone dolci e leccornie varie.
Al diavolo la linea e il colesterolo! Ci aspetta una lunghissima camminata verso il mercato dei fiori (Ancora! dice il marito) ed il mercato delle pulci.
Penso già a domani, alla prossima meta in Prinsengracht 267, il nascondiglio segreto, durante l’occupazione nazista, di Anna Frank.
Dopo quasi due chilometri a piedi, arriviamo. Saliamo al secondo piano di questa costruzione che era, all’epoca, una fabbrica di marmellate e l’ufficio del padre. In una vetrina è esposto l’originale del diario, scritto da Anna. Entriamo nell’annesso, tramite il passaggio nascosto da una libreria girevole. Le camere ora sono vuote, salvo la stanza dove per due anni circa, si nascose invano tutta la famiglia Frank insieme ad altre quattro persone. Dopo una spiata,finirono tutti in campi di concentramento.
Ricordo di aver letto il diario ai tempi della scuola e la sensazione è ancora oggi una sensazione d’angoscia e di commozione.

19 novembre 1942
Innumerevoli amici e conoscenti sono in viaggio
verso una meta terribile.
Sera dopo sera passano le auto militari verdi o grigie.
Nessuno può sfuggire al proprio destino senza nascondersi.

I pregiudizi, la discriminazione e la violazione dei diritti dell’uomo esistono ancora oggi in tutto il mondo, purtroppo. In una bacheca leggo una toccante frase dello scrittore Primo Levi:

“Una singola Anne Frank desta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei, ma la cui immagine è rimasta in ombra. Forse è necessario che sia così; se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere”.

Capelli bianchi e rughe d’espressione


Questa mattina, guardandomi allo specchio, ho trovato nella mia folta capigliatura castana, qualche capello bianco.
Santo cielo! Osservando meglio, mi sono accorta che questi ultimi, in maniera subodola, mi indicavano anche qualche ruga d’espressione.
Non è vero, lo so, non sono rughe d’espressione… sono due rughe vere.
Questo significa che dovrò tingermi i capelli come un Pippo Baudo o un Santoro qualsiasi? Ma perchè poi, a parte loro e qualche altro, non si dice anche degli uomini che hanno i capelli bianchi?
Per loro esiste addirittura una parola ad hoc. Loro sono “brizzolati”, come il famoso Richard Gere. E non hanno le rughe, bensì una pelle vissuta che li rende terribilmente affascinanti.
Però, pensavo che per fortuna noi donne abbiamo degli alleati.
Prima una donna di 50 anni sembrava una donna di 50 anni.
Adesso ti puoi cospargere di fondotinta, copriocchiaie, farti una tinta per capelli.
Per sembrare cosa? Una di 50 anni con il fondotinta, il copriocchiaie e la tinta per capelli…
Non c’è scampo, purtroppo.
Ma poi, ho ripensato. Le vere donne e soprattutto i veri uomini amano anche i difetti del tempo che passa, perchè ogni corpo è unico. Ed è una storia di vita.
E queste rughe “d’espressione” non cercherò di nasconderle. Me le sono conquistate ad una ad una…