Dedicato ai 50 anni di mio fratello

Questo Sonetto è una delle mie ultime “fatiche”…

Dedicato a mio fratello Ugo

Sembra ieri che sei nato
me ricordo un pargoletto
dopo il latte tracannato
te cullavo all’angoletto.
Io seduta a lo sgabello
canticchiavo ninna nanna
e guardando quer fratello
ringraziavo la cicogna.

Sembra ieri che sei nato
me ricordo come allora
che magnavi a perdifiato
li fagioli e ‘na ceriola,
presa intera da li sportelli
chiusi stretti co’ lo spago
che tu aprivi co’ du’ strilli,
furbo, furbo come un mago!

Sembra ieri che sei nato
poi ricordo un regazzino
sempre allegro e spensierato
che giocava a rimpiattino.
Rincorreva noi fratelli
all’uscita de’ la scola
e sbatteva a li cartelli
lungo er bordo de’ l’aiola…
Quella fronte, poveretta,
sempre piena de’ ficozzi,
tornavamo a casa in fretta
e nasconnevamo i bozzi.

Sembra ieri che sei nato,
poi ricordo un giovinotto
s’era appena diplomato
co’ la voja de’ fà er botto!
E così, coi “dare e avere”,
‘na fattura e un conto vario
s’aritrova Raggioniere,
co’ la Ditta de’ Del Savio.

Sembra ieri che sei nato
te ritrovo ‘n omo fatto,
cor capello un po’ imbiancato
e co’ l’animo distratto…
Che voj dì? Passano l’anni?
T’aritrovi un po’ attempato?
A chi tocca nun s’ingrugni
puro a noi c’è già toccato!

Cor core de’ sorella affezzionata,
lassame dì na’ cosa assai sincera,
me devi crede, già ce so’ passata,
nun te la dico se nun fosse vera:
“Perfino li rimpianti più sinceri
finisce che te sciupeno er cervello
pe’ quello che desideri o che speri.
Più che a le cose che so’ state ieri,
pensa a domani e cerca che sia bello”!

L’augurio che te faccio, senti bene,
è che ‘sto mezzo secolo che viene,
te porti la salute e niente inganni,
pe’ festeggià mille altri compleanni!

Novembre 2006

Ritorno alla normalità

venerdì 20 ottobre 2006

Se non ci fossero i fiori, quelli appassiti dell’altro ieri, accanto a margherite gialle di giornata, niente farebbe pensare che quì sotto, proprio a questa fermata, appena 48 ore fa due treni del metrò si sono scontrati, uccidendo una ragazza di 30 anni e ferendo 256 persone.
La fermata è stata riaperta da poco, la gente sale e scende verso i treni, ognuno è indaffarato ad armeggiare con borse, telefonini, cuffiette per ascoltare la musica.
C’è molto silenzio, un po’ più di controllo, e tutto è tornato normale.
Una rimozione collettiva: uno pensava che non si parlasse d’altro, dell’incidente accaduto. E invece no. Solo quando dagli altoparlanti una voce comunica il lutto cittadino previsto, qualcuno alza la testa dal giornale per ascoltare.
Il Comune sembra abbia proposto di intitolare proprio questa fermata ad Alessandra Lisi, la ragazza che per uno scherzo del destino si trovava nell’ultimo vagone, scelto per caso quella mattina, a quell’ora, in quella fermata. Una di noi, una dei tanti pendolari che la mattina salgono su quei vagoni rumorosi per il tempo di un breve viaggio che li porterà al lavoro.
Non era famosa Alessandra, nè aveva titoli per reclamare una gloria postuma.
Sarebbe un gesto di grande dignità se quel piccolo punto rosso, sul percorso della linea del metrò, si trasformasse in un nome.
Oggi che la paura di molti è che quello che è accaduto si trasformi in oblìo, potrebbe essere il modo più consapevole per non dimenticare.
E proprio in occasione di tale tragedia, il post del Capitano penultimo, pubblicato in questi giorni, mi ha fatto pensare a come, spesso, la morte ti sfiori da vicino e, di conseguenza, a come immaginare un probabile funerale.
Potevo esserci io in quell’ultimo vagone…
Ed il mio, di funerale, come sarebbe stato?
“Niente fiori, ma opere di bene”, sento dire spesso ai funerali degli altri.
Ma io adoro i fiori e vorrei ce ne fossero tanti, coloratissimi, ad accompagnarmi nell’ultimo viaggio. E poi vorrei tutta la mia famiglia e gli amici allegri intonare una canzone:
“Mary nun fa la stupida ‘stasera
dacce ‘na mano a fatte ritornà…”

L’amore è come una partita a poker


Ore 7,05 di una mattina di un autunno che tarda a venire; salgo assonnata sul treno che mi porta in città. Il vagone è quasi vuoto, mi siedo felice di godermelo tutta sola.
Mentre le porte si chiudono ed il treno parte, un rumore di sacchetti, tacchi e risate femminili rompe il silenzio. Quattro donne prendono posto accanto a me. La loro conversazione è più travolgente del libro che ho appena iniziato a leggere, così non resta che far finta di niente e sintonizzarmi sul loro canale.
Due hanno superato sicuramente i cinquanta, le altre due sono madre e figlia… uguali! Stessi capelli lunghi, stesso stile, ma la figlia sembra la madre.
Parlano di uomini, ovviamente: lo fanno a modo loro, saltando da divorzi, tradimenti a rossetti e vestiti, come solo le donne sanno fare.
Chiudo gli occhi per allontanarle, ma la fantasia galoppa e le immagino nel Far West in una fantomatica partita a poker: tra coppie e tris, oltre alle carte cominciano a scoprirsi anche le loro vite. La prima, la figlia, ha una doppia coppia: da poco separata, si divide fra due figli e due amanti. La seconda ha un tris: lei e i due figli da una parte e l’ex marito dall’altra. La terza ha un full: tre figli e un marito. E sebbene sia quella che nelle carte deve vincere, non ha per niente l’aria di chi è felice. La quarta è la più misteriosa e la più elegante: calze velate, tacchi a spillo. Forse fa la parte del baro perchè nessuna emozione traspare dal suo viso. Non mancano le solite battute fra solitudini e pettegolezzi. Sex and city versione campagnola.
Sorge spontanea una domanda: è tutto vero quello che dicono o è solo il gusto della conversazione? E ancora, chi è la donna d’oggi: la ex moglie in cerca di un neo marito? La divorziata che vuole solo amanti? La delusa che non ci casca più? La moglie silenziosa e paziente che tutto sopporta?
E poi cominciano a parlare di sesso. Quello che un tempo facevano gli uomini al bar, oggi loro lo fanno liberamente nel vagone di un treno.
Il cicaleccio si fa sempre più chiassoso. La “misteriosa” afferma con provocazione: “Se siamo per la parità, perchè non impariamo anche noi a gestire il sesso come fanno gli uomini: vorrei un harem di maschi!”
Apro gli occhi e capisco perchè la mia fantasia le aveva portate nel lontano Far West… Ancora scoppi di risa, siamo quasi arrivate.
Ai primi cartelli di Roma il silenzio è calato come un sipario.
Mi dico che forse i sentimenti ed i rapporti tra uomini e donne sono proprio come una partita a poker. Non importa se hai una coppia, un tris, un full o un poker, quello che conta è trovare un compagno che ti faccia divertire. Perchè, in fondo, l’amore è come la febbre del gioco: puoi vincere, puoi perdere, ma alla fine hai sempre voglia di fare un’altra mano…

Il vero valore delle cose (II parte)

Mi ritrovo nel reparto “abbigliamento ragazzi”. Piaceranno questi jeans a Valerio? E questa camicetta a Federica? Li vedrò venerdì, come sempre da solo, saranno contenti di questi regali da parte del padre.
Esco e m’incammino senza meta, sotto la pioggia. Mi ritrovo davanti al parco. I ricordi mi vengono incontro. Quì venivamo con i nostri bimbi a passare pomeriggi domenicali, fatti di giochi e pic-nic all’aria aperta. Eravamo così giovani, forse troppo. Ma i bambini erano felici. E io? Com’ero io? Guardavo il cielo, mi perdevo in quell’azzurro sconfinato e mi sentivo in prigione.
Tu lo sapevi, ed una sera mi hai chiesto: “c’è un’altra, vero?”
Chissà quante lacrime versate su un disgraziato come me, incapace di cogliere la vera felicità, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo.
E’ sgradevole riconoscere i propri errori. Mi sento solo.
E lei, Giulia? La amo? No, non è mai stato amore, ora lo capisco.
Solitudine? Novità? Attrazione. Una fiamma che oggi si è spenta. Definitivamente, credo. Anche lei, Giulia, crede di amarmi. Così giovane e così sola anche lei. Sempre alla ricerca di un amore stabile, duraturo, ma con tanta confusione nel cuore.
Quante volte, ultimamente, ho osservato sul suo volto un’ombra di noia, quasi di fastidio. Forse sarà già alla ricerca di un qualcosa di nuovo… forse non è capace ad amare, forse…
Cellulare che suona. Giulia, ancora lei.
“Dove sei?”
“In giro”
“Con questa pioggia? Ma stai bene?”
E allora glielo dico: “No, Giulia, non sto bene. Anzi, non va bene niente. Ho bisogno di parlarti. Sono al parco, raggiungimi”.
Seduto ad un tavolino mi sto riscaldando con una tazza di te.
Eccola che arriva. Il suo incedere è altero, ironico, sprezzante. Fuma nervosa, come se conoscesse già in partenza l’epilogo di questo incontro.
“Giulia… noi non ci siamo mai amati sul serio, e tu lo sai bene”.
Lei fa un sorriso che si trasforma in una smorfia.
“Ma, è la pioggia che ti mette in testa strane idee? Perchè mi dici questo? E poi, questa sera ho invitato degli amici a cena”.
“Appunto, gli amici. Non sei capace di stare sola con me. Tu hai solo bisogno di un uomo che ti faccia da cavalier servente. Annulla la cena, allora, e stiamo insieme io e te”.
“Ma non è carino, lo sai. E poi, non puoi avermi in esclusiva!”
“Certo che non posso. Lo sapevo, l’ho capito da tempo. Ma ora sono io che non voglio. E’ finita Giulia”.
La osservo mordicchiarsi il labbro. Ma non dice una parola, le sue iridi nocciola mi lanciano occhiate di odio. Un sospiro profondo. Poi il rumore secco della sedia spostata all’indietro. Mi lancia un ultimo sguardo di rancore e di orgoglio.
“Fa come vuoi, tanto… Anch’io ero stufa. Sei antico caro mio!”
Esco dal bar. Forse potrei prendere il metrò, ma preferisco camminare sotto la pioggia.
Quando suono il citofono mi sembra che il cuore mi scoppi nel petto.
Profumi antichi e familiari, questo mi mancava. Ho bisogno di calore, ho bisogno di Valerio, di Federica e poi… poi ho bisogno di te e del tuo perdono…

Il vero valore delle cose (I parte)

Il cucchiaio gira nella tazza del caffè e, sbattendo contro i bordi, fa un rumore sgradevole.
Ci aggiungi ancora un po’ di zucchero, ti piacciono le cose dolci, anzi dolcissime.
Una volta sorridevo di fronte a queste tue piccole follie. Ai tuoi slanci, ai tuoi entusiasmi, alle tue stranezze. Ti avevo chiesto di farmi vivere, respirare, regalarmi una nuova esistenza. Quando ti avevo conosciuto mi sentivo svuotato, stanco, annoiato della vita, imprigionato in un me stesso che mi stava stretto.
Ti guardo mentre butti all’indietro la tua massa di capelli scuri e mi lanci una delle tue occhiate sensuali. Sei bella, certo, su questo non ci sono dubbi.
“Stasera vorrei andare in un bel ristorantino, a lume di candela, che ne dici?”
Butto giù un sorso di caffè. Non rispondo. Guardo la pioggia che batte sui vetri.
“Ehi, mi ascolti? Vorrei uscire a cena…”
A volte il tuo tono si fa esigente, quasi acido. Hai 25 anni appena, io 13 più di te.
Che follia, mi dico. E con spavento mi accorgo che è la prima volta che lo penso.
E tu? Tu te ne accorgi, Giulia? Forse sì. Perchè le tue dita affusolate si allungano verso la mia mano, e la stringono, come per ribadire che ormai ho scelto.
“Allora? Me la dai una risposta? Se non ti va…”
“Va bene, decidi tu” ti rispondo, e vedo il tuo volto assumere un’espressione di trionfo.
“Sono veramente in ritardo, scusami”, e voli via, lasciando tutto così com’è: le due tazze, il bricco del caffè avanzato, le briciole dei biscotti sul tavolo. Sì, una volta anche questa tua sciatteria mi stregava.
Oggi, anzi, da stamattina non so perchè, mi urta.
Ricompari stretta nella tua giacca di pelle, i capelli sciolti sulle spalle. Le tue labbra si avvicinano alla mia guancia, sento schioccare un bacio. Ti lancio un’occhiata mentre sciacquo cucchiaini e tazze.
“Lascia stare, che fretta c’è? Farò io quando torno”.
Non lo farai, lo so. Mi volto verso di te con un sorriso. Tirato, però. Stanco. Forse è il tempo, mi dico.
Sì, certo, tutta colpa di questa pioggia d’ottobre. Sottile, che ti entra nelle ossa. O forse del cuore.
Mi preparo anch’io per andare al lavoro. La mia vita era grigia, prima di te, così pensavo. E adesso? Com’è la mia vita? Esco.
Non so cosa mi prende oggi. Un’improvvisa voglia di solitudine. Voglia di me stesso.
Cammino tra la gente, in pieno centro. Ora la pioggia batte furiosa, mi rifugio in un grande magazzino. Così, l’immagine di Giulia, che fino a poco prima occupava la mia mente, viene sostituita da quella di un’altra donna. La mia prima donna…