Panna e cioccolato contro le rughe


Arriva un momento nella vita in cui, guardandoti allo specchio, ti rendi conto che una semplice crema idratante non basta più.
Accade allora che di lì a poco corri in profumeria dove una commessa, con la metà dei tuoi anni, delle tue rughe e dei tuoi chili, ma con un perfido sorriso, ti dica: ” Signora, è meglio passare ad un prodotto specifico antirughe, senza ovviamente tralasciare la zona delicata del contorno occhi…”
Forse si riferisce a quelle occhiaie che compaiono sul viso ormai anche dopo aver fatto tardi a casa, magari davanti al televisore guardando un programma in seconda serata? E non più solo dopo una nottata passata con gli amici?
Accade allora che, guardando la “ragazzina” che sa tutto di estetica, di rughe, massaggi, creme e cremine, ti viene voglia di gridarle:
“Guarda che prima o poi verranno anche a te!”
Ti viene voglia di prendere borsetta e dignità, uscire immediatamente da lì ed infilarti in una gelateria dove c’è l’unica crema che attenua le insidiose rughe dell’anima: quella alla panna e al cioccolato…

Tieni i ricordi…

In questi giorni ho deciso di riordinare la stanza di Giulia.
Era rimasta uguale a sei anni fa da quando, per motivi di studio, si è trasferita in città.
In sei anni sono state proprio poche le volte che è tornata a dormire nel suo letto e poche le volte che è tornata nella sua casa.
Chissà perchè ho preso proprio ora la decisione di riordinare le sue cose. Forse perchè oggi, accompagnandola di nuovo all’aereoporto, mi sono resa conto che saranno ancora più rare le volte che tornerà nella sua stanza.
Ho cominciato con il riordinare il suo armadio. Conteneva cose che non indosserà più.
Mettere le mani in un oceano di ricordi è straziante.
Intrufolarsi nei cassetti delle persone che ami, le lettere, le foto, gli indumenti. Decidere il destino di oggetti che non potevi nemmeno toccare:
“Mammaaaa, per favore non aprire quei cassetti…”
Quando cercavi di scoprire i suoi segreti senza permesso… ecco, la sensazione è sempre quella, colpevole, di sei anni fa.
Per quanto la sua stanza sia un accumulo sconsiderato di oggetti, prima di dire: – Basta, si butta! – ci vogliono giorni di scoperte, selezioni, scatole, polvere, lacrime.
Quelle che non riesco a fermare catalogando i suoi libri di scuola, i suoi diari, raccogliendo penne e matite colorate, sparpagliate nei cassetti della sua scrivania.
Quelle che non riesco a frenare nel leggere su quei fogli che fanno capolino dal vocabolario di spagnolo: “Questo paese mi sta proprio stretto, non riuscirò mai a capire la decisione dei miei, nè riuscirò mai a capire la mentalità di questa gente… ragazzi senza ideali e senza fantasia… ho bisogno della mia libertà e me ne andrò molto presto…”

Ti ho sentito questa mattina, piccola mia. Tieni duro in Spagna… anche se ti senti sola, mamma è accanto a te.

Rabbia

C’è in giro troppa rabbia.
Quella delle guerre, quella delle religioni, quella per la corsa al potere, quella delle proteste motivate e non, quella delle ingiustizie.
No global, animalisti, anarco-insurrezionalisti, sbandati. Violenza immotivata, devastante, delirante, premeditata. E poi la rabbia livida dei due schieramenti politici che, all’approssimarsi delle elezioni, è divenuta sempre più incandescente. Ha fatto saltare i nervi a Berlusconi sottoposto, come è capitato, ad interviste televisive durante la campagna elettorale. Ha trasfigurato a volte il viso apparentemente pacioso di Prodi. E la rabbia ha contagiato pure gli elettori, di destra e di sinistra.
Rabbia esplosiva: il clima è questo.
Al lavoro: rabbia da competizione.
In famiglia: rabbia da incomprensione. Un clima intossicato, invivibile.
Eppure basterebbe poco.
Basterebbe raccontare il senso delle cose e la verità. Che poi è quello che si è e che si è fatto in vita. Basterebbe guarire dalla rabbia e non ricordare più cosa sia.
Per vivere una vita vera ci vuole poco, bisogna costruirsela senza il senso dei soldi e della carriera, ma con il senso di sè.
Una vita in cui ci si riconosce.
Per realizzarla occorre solo il coraggio di essere sereni.

Cellularidipendenti

Giorni fa ho letto una notizia che mi ha infastidito parecchio.
Non sarà più vietato l’uso del cellulare. A breve accadrà negli Stati Uniti, a seguire Francia ed Inghilterra permetteranno l’accensione durante i voli, vietandola solo durante le fasi di decollo ed atterraggio.
A fine anno anche in Italia verrà presentata una normativa per i vari operatori. E poi si spalancheranno le porte dell’inferno!
Una babele di parole, quasi sempre inutili, inquinerà i viaggi di tanta gente che, magari, sognava fra le nuvole qualche ora di silenzio, separazione dai problemi di lavoro, famiglia, amici.
Come sui treni, per esempio, su cui ad ogni ora del giorno (e della notte!) saremo costretti ad ascoltare concerti di Bach, Mozart, Jovanotti, o Vasco Rossi, suonerie scaricate da internet, oltre a conversazioni sui capricci del bambino che non vuole andare a scuola, sulle corna del marito dell’amica, sull’ultima bastardata del capoufficio, sull’ultimo modello di cellulare in offerta.
Come per i non fumatori, bisognerebbe istituire degli scompartimenti separati: da una parte i telefoninodipendenti, dall’altra gli obiettori di coscienza del portatile.
L’articolo riportava anche che molto presto il cellulare, tramite il meccanismo dei navigatori satellitari, servirà per localizzare dove ci troviamo.
Una persecuzione.
Alla faccia della legge sulla privacy!
Mi chiedo se abbiamo veramente bisogno di tutta questa tecnologia…
Alla fine, l’altro giorno, nonostante avessi dimenticato il cellulare a casa (il che mi succede di frequente), io e l’amica Zampa ci siamo rintracciate lo stesso, puntuali come sempre!