Maledetta primavera…

Sembra che la primavera stia arrivando, puntualmente.
Sta arrivando anche il momento in cui si comincia a tirar fuori il guardaroba primavera-estate dell’anno scorso. Per scoprire poi che l’unica cosa che ti sta sono le scarpe, perchè quel 36 che ti porti appresso dai tuoi 18 anni non cambia mai.
Ma tutte le altre misure sì. Forse a causa delle passate feste carnevalesche. O delle troppo poche volte trascorse in palestra, a correre sopra un tapis roulant, dietro l’illusione di una vita migliore (intesa come circonferenza!), o forse poco jogging con l’illusione ancora che ogni goccia di sudore che ti scivola via è grasso che cola…
Occorre impegnarsi donne per essere più in forma che mai, per arrivare all’appuntamento con il camerino, di solito così ben illuminato, per la prova bikini, vista anche l’assenza di uno psicologo fuori della porta per un supporto dopo la prova…
E se è pur vero che il “peso” di una donna non si misura in chilogrammi e che le grasse sono felici, è vero pure che quando non stai più nella 46, smetti automaticamente di ridere!

Ometto di pubblicare la foto del frigorifero, come un amico blogger ha fatto, ma giuro che mangerò come un uccellino…

A volte il destino…

Alle volte il destino…
Dopo più di 20 anni, casualmente giorni fa, durante una telefonata di lavoro, nello scambiarci i nomi, mi è accaduto di riconoscere il ragazzo che mi aveva fatto battere il cuore per la prima volta tanti anni fa.
Dopo un primo momento di stupore, ci siamo dati appuntamento in una sala da tè. Ero divertita all’idea di rivederlo, tanti interrogativi si rincorrevano.
Come sarà diventato? mi riconoscerà? che avrà fatto tutto questo tempo?
Prevaleva una sensazione di spensieratezza e frizzante euforia legata al ricordo della nostra adolescenziale storia d’amore.
Una storia delicata, tenera, relegata in un angolo della memoria, cancellata dal tempo.
Erano veramente passati tanti anni.
Difficile spiegare cosa mi è passato per la testa nel rivederlo. E’ stato strano. Da una parte parlavo normalmente con lui, dall’altra, dentro di me, sono esplose sensazioni dimenticate.
Non erano emozioni legate a lui, al ricordo della nostra storia, ma a me, a quando da adolescente iniziavo a giocare con i sentimenti, una ragazza che scopriva il mondo, che viveva in un universo fatto di affetti, regole, da infrangere, sogni da realizzare…
Quel sapore di ingenuità, di passione per la vita: è stato come ritrovarsi per le mani un giocattolo dell’infanzia.
Mi è tornato in mente il sapore ed il profumo dello zucchero filato, i brividi delle montagne russe, le prime confidenze con le amiche… Sensazioni dalle tinte delicate, che sfumano in una dolce nostalgia, non necessariamente accompagnata dal rimpianto…
A voi è mai accaduto?

Modigliani a Roma


“Era di una bellezza regale, nel suo abito di velluto beige che, di lavatura in lavatura, assunse una tinta perla, la camicia blu a quadri lavata ogni giorno ed il foulard annodato con negligenza. Mantenne questa tenuta fino all’ultimo, nonostante la progressiva decadenza che lo colpì, dovuta all’alcool più cocaina…”

Modigliani era un personaggio tagliato su misura per diventare leggendario. A questo contribuì anche la personalità contraddittoria del pittore: geniale ed eccentrico, schivo e violento, da autentico “maudit” (maledetto) termine la cui pronuncia coincide con il diminutivo con cui veniva chiamato, Modì, in quella Parigi dei primi del novecento, in cui si intrecciavano storie di droga e alcool, di artisti e donne fatali, di avventure, genio e follia, originalità e bohème.

Amedeo Modigliani nasce a Livorno il 12 luglio 1884 da Flaminio ed Eugenia Garsin, ebrei di lontane ascendenze spagnole. Il padre è commerciante e la madre appartiene ad una eminente famiglia israelita. Di lui scrive, preoccupata della sua salute cagionevole: “Dedo ha avuto una grave pleurite e non mi sono rimessa dalla paura. Il carattere di questo bambino non è ancora abbastanza formato… vedremo più tardi cosa c’è in questa crisalide: forse un artista”?

Dopo un viaggio a Roma, dove visita musei, si applica allo studio delle opere d’arte. Così scrive di questa città: “Roma è dentro di me come un gioiello terribile incastonato sopra sette colli, ma non posso dire l’impressione che trovo in lei nè tutte le verità che ho saputo cogliere da lei…”

Il genio ritorna, dopo circa un secolo, nella città eterna con una mostra che durerà fino a giugno prossimo.

“Nudo seduto” (riproduzione di Mary)

L’elezzione der presidente


Un giorno tutti quanti l’animali
sottomessi al lavoro
decisero d’elegge un Presidente
che je guardasse l’interessi loro.

C’era la Società de li Majali,
la società der Toro,
Er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipendente
fra li Somari residenti a Roma;
eppoi la Fratellanza
de li Gatti soriani, de li Cani,
de li Cavalli senza vetturini.
la Lega fra le Vacche, Bovi e affini…

Tutti pijorno parte a l’adunanza
Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
de fasse elegge s’era messo addosso
la pelle d’un leone,
disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
la civirtà, la libbertà, er progresso…
ecco er vero programma che ciò io:
ch’è l’istesso der popolo! Per cui
voterete compatti er nome mio… –

Defatti venne eletto proprio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo
e allora solo er popolo bestione
s’accorse de lo sbajo
d’avè pijato un ciuccio p’un leone!
– Miffarolo!… Imbrojone… Buvattaro!…
– Ho pijato possesso: disse allora er Somaro –
e nu’ la pianto nemmanco se morite d’accidente.
Peggio pe’ voi che me ciavete messo!
Silenzio! e rispettate er Presidente!

(Trilussa)

… a buon intenditor….

Sono solo canzonette…

Ieri notte ho sognato mio nonno.
Da ragazza mi capitava spesso di accompagnarlo nelle sue passeggiate mattutine e non era raro passare qualche ora a discutere dei problemi della vita su una panchina, vicino alla ferrovia.
Mi affascinavano i suoi racconti, le storie che avevano un sapore antico.
Mi raccontava episodi di guerra (aveva partecipato, poco più che ventenne, a quella “grande” del 15/18), episodi che spesso affioravano nei suoi ricordi.
A casa, poi, ciclicamente mi mostrava fiero la medaglia ricevuta e l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica che riteneva fosse il giusto riconoscimento dello Stato per i servizi resi.
Non pretendeva e non cercava altro: Cavaliere, pensionato autoferrotramviere ed un distintivo da mostrare con orgoglio, sul bavero della giacca indossata la domenica, che lo faceva sentire migliore e speciale.
E così era, forse, negli anni d’oro della rinascita dell’Italia dal disastro delle guerre, prima che il ’68 e, successivamente, l’inizio del boom economico, della globalizzazione, modificassero schemi, atteggiamenti e valori.
Cavaliere, Commendatore, Grand’Ufficiale, Dame, ecc. ecc., divennero ben presto solo patacche da esibire nei salotti della politica.
Poi, tra cicli e ricicli storici, è arrivato il Presidente Ciampi: il Risorgimento, l’inno, la bandiera, la Patria e l’importanza di un riconoscimento, dell'”onorificenza”.
Però il Paese cambia continuamente e al “popolo di poeti, guerrieri, scienziati, narratori e navigatori” si è preferito un “popolo di calciatori, musicisti, cabarettisti”…
Niente da obiettare, per carità, sulla laurea “honoris causae” tributata ad un Vasco o un Valentino Rossi, nè mi disturba pensare ad un Ramazzotti o una Pausini Cavalieri, o altre onorificenze elargite ad atleti e giocatori strapagati, ma sorrido ripensando a mio nonno ed ai suoi racconti.
“Caro nonno, in fondo siamo italiani, un po’ arlecchini, un po’ aspiranti grandi fratelli e come direbbe un altro famoso, forse anche lui Cavaliere: “sono solo canzonette”, che poi fa rima con barzellette…