Dedicato alla mitica “zia Angelina”

Quì a Piansano è tradizione
de riunisse a ferragosto
pe’ magnà ancora insieme
spensierati e a più non posso!

Questo giorno è assai speciale,
nun ce n’è un antro uguale,
è na’ festa, sai, dell’anno
in cui cade er compleanno
de na’ zia molto fina
che se chiama “zia Angelina”.

Sembra sempre giovinetta,
nonostante la sua età,
fa le cose sempre in fretta
nun s’arrende, vo’ trottà.

“Sporzionamo le lasagne?
Gennarì hai preso er vino?
Tira giù tutta la carne,
a Lucià voj er pecorino?
scaldo er pollo? tajo er pane?
prendo er dolce, o i peperoni?
Poverina, nun s’arrende,
e s’accorge tra le tende,
che Luciano, su’ marito,
s’è un po’ rotto li cojoni!

Co’ le panze sempre piene,
er caffè un po’ ristretto,
lei ce guarda tutti quanti:
“ve mettete un po’ nel letto?”

Festeggiamo questo giorno
nella casa de Piansano,
coi ricordi tutti intorno
che ce prendono pe’ mano.
So’ du’ feste, le più importanti:
la vigilia de Natale, la metà de ferragosto,
zì’ Angelina è la più dei miti
chè ce tiene tutti uniti!

I fratelli, le sorelle, i nipoti
e i pronipoti, noi te damo tutti insieme
proprio er massimo dei voti!

Proprio insieme, tutti quanti,
dopo penniche e racconti
sussurrati ar salottino,
te guardamo in modo accorto,
suggerendo un pochettino:
Ma c’annamo un po’ nell’orto?

Sarebbe molto bello ed interessante se qualcuno provasse, naturalmente nel suo dialetto, a comporre qualche sonetto…

Riferimenti: Sonetto

Franco il Maestro


L’ho riconosciuto subito, anche da lontano: zaino in spalla, camicia a quadri bianchi e blu, pantaloni pieni di tasche, sandali ai piedi e quell’ironico sorriso che lo contraddistingue.
Vive ancora quì, nella parte vecchia del paese, in un misto di solitudine e pettegolezzi contadini. E’ lui, il Maestro.
Sembra che gli anni non siano passati, per lui il tempo sembra essersi fermato ancora lì, in quell’enorme stanzone adibito ad aula di disegno, all’ultimo piano della Biblioteca comunale. Uno stanzone pieno di cavalletti, di tele, di tavoli colmi di pennelli, matite, colori ad olio, tempere, acquarelli e di pareti tappezzate di nostri lavori.
Chissà perchè, nel vederlo, sento forte l’odore di trementina ristagnante nell’aula. Il Maestro ci aspettava ogni giovedì insieme a Brigitte, ansioso di trasmetterci il suo sapere e la sua arte.
Ricordo che lavoramo in silenzio, ascoltando musica classica per la concentrazione. A turno, ognuno di noi, rispettando i suoi insegnamenti di dipingere “assolutamente” dal vero, portavamo fiori, frutti, vasi e coccetti, drappi di seta coloratissimi. Al centro di ogni strana, ma armoniosa composizione c’era quasi sempre Brigitte, una ex modella francese sua amica, per darci così modo di imparare a disegnare anche la figura umana.
Durante le lezioni non mi stancavo mai di ascoltare rapita il romanzo della sua vita. A cominciare dall’infanzia, dolorosa e travagliata, una madre concertista, quasi sempre in giro per il mondo tra concerti e manifestazioni culturali ed un padre-padrone che, rifiutando di comprendere l’aspirazione e l’amore del figlio per l’arte, lo cacciò di casa a 16 anni.
Dopo umili lavori, gli studi all’Accademia di Brera e all’Accademia libera di nudo di Roma. L’incontro fortunato con un certo prof. Stenquist ed il trasferimento per insegnare all’Accademia reale delle belle arti di Stoccolma dove passò diversi anni.
I suoi studi e le sue conoscenze dell’opera Alfa e Omega di E. Munch, i suoi riconoscimenti, dal premio Picasso al premio Toulouse-Lautrec a Parigi. E le sue opere, esposte al Museo d’Arte moderna di Dubrovnik, a Malta, Delfi, Pireo, Stoccolma, in Vaticano, alla Galleria Il Nuovo Fanale di Genova, al Palazzo dei Diamanti a Ferrara, sua città natale.
Un genio incompreso, nonostante ciò, un genio rifiutato, ghettizzato, a volte deriso per non essere mai sceso a compromessi e per non aver mai barattato la sua arte.
E mentre ascoltavo, apprendevo insieme a lui la tecnica e la mescolanza del colore, la prospettiva e la precisione del disegno, imparavo a cogliere “l’attimo” per trasferirlo poi sulla tela, come una mano che guida la tua, pennellata su pennellata, colore su colore, imparavo a riconoscere quell’ispirazione, quel fuoco che ti porta ad amare profondamente la risorsa che è in te…
“L’arte non è un lusso! E’ una risorsa, un grande soccorso! Di questa, esigo una finitezza perfetta, la presenza familiare nell’irregolarità di un corpo o di una struttura architettonica come scheletro del tempo.
L’eternità e la fedeltà di questo grande corpo perituro o già distrutto!
La linea perfetta dell’uovo ovvero della vita che, a volte, rimane integro per celare, oppure spesso si dischiude come vaso di Pandora lasciando sfuggire la perfetta imperfezione della vita. Di questa teoria umano-divina di cui io stesso faccio parte, e dove l’occhio ottuso attribuisce solo imperfezioni; senza presunzione, per diversi istanti, giorni ed anni ho sentito le dissonanze risolversi in accordo. E’ l’accordo di questo mio mondo dove esiste “ancora” il dolore e… non l’errore”.

F. Manarini)

Un abbraccio ed un bacio per suggellare l’incontro dopo tanto tempo e la nostra amicizia.
“Che fai… vieni, ho ripreso le lezioni…”
“Non lo so… sai ora ho poco tempo, sto un po’ quì un po’ là… ho ripreso a lavorare…”
“Trovalo il tempo! Trovalo… lo sai che tu hai della stoffa…”

Grazie Franco per i meravigliosi ricordi.

Riferimenti: Segue dipinto

Tutti laureati

Una volta la laurea si conquistava con sudore di libri, nozioni, esami, tesi, oggi non funziona più così.
Ormai la laurea è diventata roba da vip: più lo sei, più ne hai.
I due famosi Rossi (Vasco e Valentino) l’hanno avuta di recente, davanti al solito pubblico delirante, questa volta non dentro stadi o circuiti motociclistici, ma fra le pareti di un’aula magna.
La lista di diplomi ad honorem è talmente lunga che la domanda sorge spontanea: perchè? a che pro queste generose donazioni in altri tempi sudate?
E’ una moda o piuttosto un modo per catturare iscrizioni “normali” in un’epoca in cui lo studente è più un cliente che un professionista da formare?
Tutto si può dire, ma certo non che sia di buon esempio. Come a suggerire: cari ragazzi restate pure beatamente ignoranti, pensate piuttosto a diventare famosi, poi il resto (cioè il diploma) verrà da sè, con tanto di acclamazione, discorsi (non importa se sgrammaticati, tanto si sa che non avete studiato) e tanta popolarità.
E poi, stando così le cose, si arriverà ad assistere a scene del tipo:
“che carini! esclama al parco una signora chinandosi verso due bimbi paffutelli, uno in piedi sulle piccole gambe, l’altro affacciato al passeggino. “come si chiamano?” chiede rivolgendosi alla loro mamma, nota show girl. “l’avvocato si chiama Lorenzo, il medico invece Massimiliano…”
L’idea di istituire una laurea in fasce, oltre che quella ad onore, non sarebbe male. si penderà qualche diploma in più, ma quanta fatica in meno!
Lo dico sempre a Giulia e Roby: studiate, studiate, care ragazze, tanto a voi, figlie di normalissimi impiegati, nessuno regalerà mai niente…

Riferimenti: Lauree ad honorem

Quando il marito è ospite in casa sua.

“Scusa, ma dov’è il sale”?, mi chiede incuriosito. Dov’è il sale?? Il sale non cambia posto da solo, il sale, a casa nostra, è da anni sempre allo stesso posto, centimetro più, centimetro meno: è lì, nello scaffale della cucina. E lui, mio marito, non lo sa.
Non riuscirò mai a comprendere come possa vivere quì, in questa casa, scoprendo ogni giorno qualcosa di nuovo.
Le amiche mi consolano: sono tutti così gli uomini. Per loro la “casa” è qualcosa di profondamente diverso da come la intendiamo noi.
Per esempio, il frigorifero: si sorprendono quando si accorgono che, come per magia, è sempre pieno di tutto: il latte per la colazione, lo yogurt, l’insalata, la bistecca, il formaggio.
A volte, però, la magia s’inceppa e allora: sorpresa! Davanti al frigorifero mezzo vuoto si chiedono, con enorme stupore, cosa è accaduto.
Lory, la mia amica, mi ha raccontato che una volta, ha preso carta e penna ed ha stilato due liste: in una ha elencato le cose che, per la famiglia, fa suo marito (se l’è cavata con quattro righe, stipendio incluso), nell’altra quello che fa lei (ha dovuto voltare pagina, forse esagerando, ma la sostanza non cambia…).
Il caro maritino è rimasto davvero impressionato e si è offerto di fare a metà.
Certo la mia amica, all’inizio, aveva voglia di criticarlo: per la spesa (compra cose inutili), nel rifare i letti (le lenzuola non erano ben tese), ma poi si è resa conto di sbagliare: non si critica chi fa.
A me capita spesso di dire: lascia, faccio io. Ed ormai tutti sono abituati a questo ritornello.
Dovrò imparare ad agire come fa Lory e cercherò di non lamentarmi quando lui rifarà il letto o cucinerà qualcosa, anche se dovrò cantarne le lodi…
Però, secondo me, si stuferà presto ed inventerà qualche malessere primaverile o estivo. Alla fine, io non mi lamenterò più e lui imparerà dov’è il sale.
“E’ in freezer”, ho risposto con naturalezza l’ultima volta che me lo ha chiesto. E senza scomporsi minimamente, lui ha aperto il freezer…
Riferimenti: Dov’è il sale?

Ulisse e i mendicanti

I greci dell’antichità accoglievano tutti: mendicanti, stranieri, sconosciuti. Credevano che in ciascuno di essi si celasse un dio. E non dovevano trattarlo male, anzi, avevano l’obbligo di ospitarlo.
Guardando, invece, la mia città sembra che siano scesi in strada tutti gli dei dell’Olimpo, e sono tutti lì, vicino ai semafori, lungo le scale del metrò, in mezzo alla gente sui mezzi pubblici…
C’è chi chiede l’elemosina senza dare nulla in cambio, chi offre invee qualche piccolo servizio: pulitura del parabrezza, dei fari, chi vende fazzolettini o accendini.
Questi dei allegri, arrabbiati, tristi, disperati, ubriachi. A volte evito di incrociare i loro sguardi; se sorrido, ti sorridono e si sentono autorizzati ad un eccesso di confidenza, di insistenza nelle loro richieste.
Quand’ero piccola, la domenica andavo a Messa. Sulle scale della chiesa c’era un timido mendicante, a volte una donna con un bimbo tra le braccia.
Durante l’offertorio mia nonna metteva mano al borsellino, preparando anche qualcosa per le persone di fuori.
Il tutto si esauriva la domenica, gli altri giorni la strada e le scale erano vuote.
La carità diventava così un rito settimanale ed era più semplice osservarlo. Oggi vado di rado in chiesa e le strade sono piene di mendicanti, tutti i giorni.
A volte mi sento nauseata dalla continua aggressioe e non riesco a scegliere a chi dedicare la mia attenzione. A volte, però, mi ricordo del timido mendicante o del bimbo attaccato al seno materno e metto mano al portafoglio.
Ma una cosa è certa: non riuscirò mai ad essere come il famoso Ulisse che “voltava in sè d’ogni mortale”…