Parigi – II parte


C’è un serpentone lunghissimo all’entrata del Museo d’Orsay. Gente venuta da ogni parte del mondo: americani, spagnoli, inglesi, giapponesi, tedeschi: tutti in fila, pazienti, curiosi.
Qualcuno, all’angolo della strada, sta suonando musica jazz, musica che si diffonde nell’aria pungente di questa grigia mattina.
Ho voglia di entrare, impaziente, per vedere da vicino e dal vero i capolavori degli impressionisti, ammirati il più delle volte su cataloghi o libri d’arte.
Leggo che l’imponente struttura è stata recentemente adibita a Museo e che tempo fa è stata una stazione ferroviaria.
Entrando ciò che mi colpisce è la vastità del complesso. La navata centrale è piena di sculture.
Non so da che parte guardare, dove cominciare…
Mentre mi accingo a visitare le sale dove sono esposte le opere degli impressionisti, so già che sto per imbattermi in qualcosa di straordinario, ma l’emozione che provo supera ogni aspettativa.
Solo chi ama l’arte può capire la felicità dei momenti magici che riserva il primo incontro con un capolavoro. E davanti a me non c’è solo un capolavoro, ma una serie interminabile di opere meravigliose: i dipinti impressionisti e post impressionisti.
Le tele di Monet: nessuno, prima di lui, è riuscito a cogliere con uguale verità ed intensità lo splendore naturale della luce…
Edouard Manet diceva: “Una sola cosa è vera: fare subito ciò che si vede. Odio tutto quello che è inutile”.