Mi manca il blog

Caro Blog,

scatole, scatoloni, scatolette, valigie… è un incubo!
Non faccio in tempo ad affezionarmi alla mia tana che… zac! Bisogna cambiare. Il cambiamento è rinnovamento, ma che fatica.
Potevo starmene tranquilla per tanti anni a venire, ma la vita ti si presenta sempre con qualche bella o brutta novità. In questo caso brutta, molto brutta, perchè il ritorno nella casa del “silenzio” non me l’aspettavo. Ed invece, eccola lì che mi aspetta a braccia aperte: con le sue stanze, i suoi quattro piani, il giardino, i fiori, gli alberi, le piante… in un paesino di provincia che mi sta proprio “stretto”.
Ma ora non c’è via di scampo. Quella è e quella sarà… forse la mia prigione.

C’era una volta il Bel Paese

“Mammaaaaa! Dici sempre le stesse cose…” Beh, effettivamente mia figlia non ha tutti i torti. Ma vedere e sentire certe cose mi fa riflettere su C’era una volta… il Bel Paese. Che sembra migliore avvolto dalla patina del tempo ma… si stava meglio quando si stava peggio!
Sono portata, forse per cultura, forse per carattere, a fare amarcord, ad addolcire i ricordi. Ed il passato mi sembra più bello.
Bisogna essere sinceri: tutti, almeno una volta, (per Roby io troppo spesso) abbiamo guardato con un sospiro ai giorni passati.
Quando Carosello era un appuntamento da non perdere e i teleromanzi un avvenimento da gustare in famiglia, tutti insieme.
Quando Sanremo era ancora Sanremo e la frutta sapeva di frutta.
Giorni in cui nessuno sentiva parlare di blog, wap, l’italiano era la nostra lingua nazionale e le parole si scrivevano tutte intere, senza sterili abbreviazioni.
Un “ti voglio bene” scritto in un bigliettino, nero su bainco, magari attaccato ad un regalo, aveva più fascino di un “tvb” sul display del cellulare.
Ultimamente la televisione si è appropriata di questo fascino del tempo che fu utilizzandolo per dei reality show: la fattoria, music farm, parlando al passato. Si riscoprono cibi coltivati con metodi tradizionali, bio. Come se la nostra vita non ci piacesse più. Il fatto è che siamo in un momento in cui tutto è troppo esasperato.
E allora mi vengono in mente i “favolosi” anni settanta, gli anni in cui si aveva una percezione molto chiara della propria identità. E non solo.
Gli anni in cui i bambini giocavano nei cortili, le famiglie tradizionali, come la mia, con almeno tre figli ed un nonno in casa.
Nei condomini ci si conosceva tutti. E che dire poi delle gite della domenica: così attese, una vera festa!
Mi ricordo le pesche, il sapore che avevano una volta, erano grosse, succose… quando le mangiavi sgocciolavano.
ora tutto ha un sapore di plastica.
Mi ricordo i ghiaccioli, quelli normali, semplici, a base di ghiaccio e sciroppo.
Mi ricordo il telefono senza fili, per comunicare da una finestra all’altra con l’amica del cuore, sostituito ora dal cellulare, un’intrusione nella nostra vita ed un modo per tenere tutto sotto controllo.
Mi ricordo le rondini e le farfalle in città…
Mi ricordo…
Basta. Altrimenti mia figlia mi riprende…
“Mamma, dici sempre le stesse cose!”

Le donne esistono ancora… eccome!

Leggevo giorni fa le lamentele di un lettore che si chiedeva se esistono ancora le donne, non volendo lui rassegnarsi ad identificarle con quelle figure stereotipate che appaiono nei programmi televisivi.
Veline, letterine, donne oggetto, tutte tette e culi, perennemente sorridenti, cioè tutto ciò che la pubblicità sfrutta in abbondanza per la sollecitazione di quei centimetri di cervello maschile che ha delle reazioni, per sua natura, alla visione reale o mediatica di centrimetri di donne svestite.
Ebbene… le donne esistono ancora.
Le donne esistono ed ogni giorno colmano gli abissi di distacco emotivo e solitudine che la gran parte degli uomini offre alle proprie famiglie.
E’ doloroso che il potere delle donne sia così poco riconosciuto solo perchè non si ispira ai mass-media.
Le donne danno la vita, ne conoscono profondamente il valore, sono in contatto con le loro emozioni, sono intere.
Chiedono ai loro uomini di amare anche la propria rabbia, che è la spinta al cambiamento.
Chiedono, ma loro non sono pronti a cambiare.
Quando le donne chiedono agli uomini, all’interno della famiglia, tempo ed opportunità per loro stesse, spesso la domanda diventa uno straziante distacco, manca quella volontà, da parte loro, di mettersi in gioco come padri e come compagni, così come non sanno, purtroppo, accogliere e riconoscere l’anima profonda delle donne che hanno vicino.

Giovani nella bufera

Un tredicenne si è ucciso impiccandosi perchè il padre ha vietato il motorino. Un ragazzo di diciotto anni, non sopportando l’umiliazione di una seconda bocciatura, si è ucciso sparandosi con un fucile da caccia.
Unici gesti di autoaffermazione, libera volontà, che sono riusciti a concepire.
Casi di cronaca estremi questi, e purtroppo non infrequenti. Sono numerosi i casi di ragazzi che tentano di fuggire da una realtà in cui si trovano a disagio per una perdita di autostima, dovuta spesso ad insuccessi scolastici o a piccoli fallimenti esistenziali.
La loro condizione di “perdenti” spesso li spinge oltre che al suicidio, anche al rifugio di droghe.
Questa condizione frustrante, purtroppo, il più delle volte è sconosciuta a genitori ed insegnanti.
Eppure ogni ragazzo, ciascuno a modo suo, avrebbe le capacità di apprendere il “sapere” scolastico con sensibilità, intuizione, creatività, interesse per i dettagli più che per “l’oggetto” di apprendimento (cosa considerata però dalla scuola “distrazione”).
Anche l’avversione per determinate materie è un modo di apprendere, se si cercano però le motivazioni del rifiuto.
S. Agostino diceva “la mente si nutre solo di ciò che la rallegra”.
Perchè la scuola sia luogo di allegria e non di noia o addirittura di depressione, la funzione dell’insegnante dovrebbe essere non tanto quella di guidare l’alunno lungo un percorso, ma di indicargli i percorsi possibili.
Di stimolarlo a “pensare” ad essere attivo, per esprimere al meglio ciò che è e non ciò che si pretende che sia.
Del resto, non è la miriade di informazioni che dà spessore alla persona, ma lo sviluppo umano, etico, estetico che deriva da un sapere assimilato felicemente.
Non si spiegherebbe altrimenti la mediocrità di tante persone che “sanno” moltissime cose e “sono” così nulle.

Nostalgia del “buon gusto”

Mi chiedo che fine abbia fatto il buon gusto e la buona decenza.
Sono anche circondata da gente, soprattutto giovani, già arrabbiati e scontenti di prima mattina.
Gioventù insoddisfatta e insicura, sicuramente preoccupata del futuro. Ma soprattutto sono circondata da giovani che vestono male, anzi malissimo. Non per migliorare l’aspetto, ma per essere alla moda.
Adolescenti grassocce, con i jeans a vita bassa e tre rotoli di ciccia fuori (ma chi ha detto che “grasso è bello”?. Se giri per i negozi del centro, ti accorgi che è un lungo corteo di persone vestite di nero: t-shirt nere, pantaloni neri, gonne nere… sono lì per comprare cosa?
Cenci pagati a caro prezzo, scarpe a punta, pizza e gelati.
Tutti uniformati nel più trivio cattivo gusto che io abbia mai visto.
Le donne ben vestite, truccate moderatamente, curate, se ne contano ben poche sulla punta delle dita!
Per non parlare poi delle persone oltre i 50 anni. frenetiche, stressate, con il cellulare sempre in mano, che deambulano da una via all’altra, talmenti presi nelle loro conversazioni, da non accorgersi nemmeno, attraversando la strada, delle automobili che passano e strombazzano.
Capisco che il progresso va avanti, non mi ritengo una “vecchia” conservatrice, ma mi chiedo: che fine ha fatto il senso estetico?

Cambiare

Cambiare è importante.
Sono sempre molto diffidente nei confronti di quelle persone ostili al cambiamento, nel lavoro, nelle amicizie, a volte negli affetti o nella routine quotidiana.
Penso che il cambiamento faccia bene alla mente, fa luce nell’anima e restituisce quella carica e quella grinta che, con l’andar del tempo, non lascia più traccia.
Io ho cambiato molto ed ho cercato di variare il mio stile di vita. Il lavoro,le mie passioni, i modi di essere, a volte gli affetti, ma soprattutto le case e non mi pento di aver, per così dire, operato pur di arrivare ad un clima desiderato.
Diversi cambiamenti, piccoli o radicali, ma necessari perchè alle volte ti senti stanca di quella “gabbia” dalla quale pensi di non riuscire a liberarti.
La verità è che molti hanno paura delle novità e sono convinti che siano portatrici di disagi e di sventure.
Al contrario, è il non misurarsi con le novità che accelera il processo d’invecchiamento, rendendoci dipendenti da un’abitudine e da una presunta tranquillità. Quindi, quello che fino a qualche anno mese fa poteva essere motivo di disagio e sventura, sta riprendendo forma diventando novità.
Si ricomincia. Tornando a vivere nella casa di campagna, la famosa “casa del silenzio”, con un altro spirito e con la voglia di cambiamento.
Intanto, dopo vari lavori, la casa si presenta diversa da quella che è stata per anni. Se si può, credo si debba, ogni tanto, cambiare disposizione dei mobili, cambiare qualche tenda, aggiungere nuovi quadri (miei naturalmente) o qualche tappeto nuovo, cercare di raccontarsi che è tutto diverso e che anche domani sarà diverso. Mettere in un cantone le ansie, le paure, i disagi e misurarsi con il nuovo.
Ora che ho una nuova attività, le figlie adulte con i loro interessi e le loro amicizie ed il loro futuro, tornando nella casa di campagna la vivrò come un luogo di vacanza, sicura che il cordone ombelicale che mi lega alla mia meravigliosa città non sarà mai reciso.
Sarà una nuova vita, da pendolare, di valigie che vanno e vengono, di cose lasciate in casa di mia madre, di occhi assonnati le mattine d’inverno, o di stanchezza la sera al ritorno… ma sarà pur sempre una “novità”.

L’uomo è l’animale che parla (Aristotele)

Alle volte mi chiedo che posto occupano le parole nei rapporti con gli esseri umani. Cioè, quando esprimo la mia convinzione che le parole sono sempre necessarie e “significative”, gli altri mi danno dell’ingenua, sorridono e dicono: “Le parole no contano molto, contano i fatti”. Oppure: “Io non credo alle parole”. O anche (questo lo dice qualcuno che mi conosce bene): “Con te non si può parlare, bisogna sempre stare attenti a quello che si dice!”
Ma, in verità, io ho bisogno delle parole.
Penso che ci sia uno stretto legame tra quello che si dice e quello che si è.
Le parole che di solito usiamo sono il nostro modo di vedere il mondo.
Se una parola mi dà fastidio, mi “stride”, sto lì a pensare e ripensare e sento il bisogno di chiarirla per comprendere l’idea che l’ha generata.
Sento che le parole sono idee.
E le idee sono esperienze concluse e fatti.
E’ insano questo mio bisogno di parole? Va limitato?
Oppure, se non riesco a trovare interlocutori, sarà follia parlare da sola?

La seconda cosa che gli uomini guardano…


Gli occhi, naturalmente. Anche se ci arrivano dopo una sapiente carrellata su gambe, fianchi, seno.
Truccati, poi, gli occhi attirano come una calamita. C’è chi sostiene che di notte, poi, li attirino ancora di più.
Perchè c’è una lampada, o la luna, che fa guizzare le ciglia e le disegna sulla pelle come pizzo.
Gli occhi, lo specchio dell’anima, un libro da leggere. Dove cercare conferme di sè ed anche della vanità.
Si dice che le fiorentine, nel Medioevo, usassero la pianta di belladonna per dilatare le pupille. Oggi l’abitudine si è persa, ma gli uomini non hanno smesso di essere affascinati dagli occhi.

Ricordi lontani

Eravamo tutte e tre nel lettone una mattina. Roby, la più piccola, da sotto le coperte, con occhi raggianti, mi guarda e mi dichiara: Come sei sexy, poi in un soffio aggiunge: Mamma.
Giulia, la più grande, spalanca gli occhi, ammonisce la sorella: Ma che dici!
Sentirselo dire da un corteggiatore non so che effetto abbia fatto, forse avrei riso, forse mi sarei sentita presa in giro. Ma a sbilanciarsi così era una bambina di tre anni, ed il risultato fu solo uno: un ingolfamento nel cuore di tenerezza e allegria. L’ha capito subito, con quel “ma che dici!” della sorella maggiore di averla detta enorme, perchè ha subito chiesto: Cosa vuol dire sexy?
Come glielo spiego? Ricordo che me la cavai con un vago: Molto carina, che piace tanto.
Risultato: ha rincarato la dose dicendo: Verameeente! Allora sei mooolto sexy. Mamma.
Me le sono mangiate di baci, e poi ridendo via, io al lavoro e loro a scuola.
Ricordo di essermi sentita piena di quella leggerezza che solo i bambini sanno regalare.
Non sapevo che passato qualche anno la storia cambiava, che ai loro occhi sarei diventata ridicola, spesso fuori moda, quasi sempre insopportabile, ottusa e così via. Non sapevo che la grande, trasferitasi poi per studiare all’Università, si sarebbe trovata benissimo a vivere in un’altra casa e la piccola, forse… tra poco, anche lei con questo desiderio.
Eppure anni fa, quando chiedevo: dove vorreste vivere da grandi?, intendendo a Roma, in Grecia o in Australia, mi rispondevano: Ovunque mamma, ma con te.
Mi rimprovero di non aver fatto un po’ di allenamento per prepararmi allo shock (mio) dell’adolescenza (loro), credendo che davvero mi avrebbero voluto sempre tutto quel bene dimostrato con baci ed abbracci.
Sì, lo so, i figli non sono nostri, sono del mondo. Frasi retoriche che si pensano, si dicono, si scrivono. Si usano quando si parla fra amiche e si condividono gli stessi stati d’animo o gli stessi problemi.
La realtà è ben altra cosa, la realtà sono quei pezzetti di cuore che si sbriciolano piano, piano quando quelle frasi dette si avverano negli anni e quando quel lettone rimane vuoto…

Votiamoci!

Elezioni europee. I muri della città sono tappezzati di cartelloni propagandistici. Non c’è strada o vicolo che si salvi da questi enormi “faccioni” maschili che ti guardano sorridendo ed ammiccando con slogan elettorali.
E allora mi viene da chiedere: e se ogni donna votasse una donna?
Non è una provocazione la mia, è un invito a riflettere su quello che potrebbe succedere se tutte noi esercitassimo un diritto che abbiamo già: quello di scegliere.
E’ un invito a pensare a come potrebbe cambiare la politica se ogni donna, guardando alle liste del partito di cui condivide gli ideali e le proposte concrete, scegliesse un’altra donna.
Ce ne sono, poche, ma ce ne sono: agguerrite, competenti, appassionate, capaci di immaginare un futuro migliore.
Del resto le donne hanno fatto molta strada nel corso degli anni.
Nella moda, nell’imprenditoria, nella scienza. Perfino nelle forze armate. Purtroppo c’è ancora un luogo nel quale proprio non si riesce a battere o eguagliare il record degli uomini: il Parlamento.
In Italia, poi, le donne sono in netta minoranza, il 10 per cento. Curioso: perchè la maggioranza degli italiani sono donne.
Ho letto che facendo due conti spiccioli 24 milioni di donne hanno diritto di voto contro i 22 milioni di uomini: se le donne candidate fossero un numero pari agli uomini e se ogni elettrice votasse per un’altra donna, ci sarebbe una parità parlamentare, forse anche con un certo vantaggio.
E tante leggi che non ci sono affatto piaciute come quella sulla fecondazione artificiale, sull’aborto, sulla prostituzione, sulla pedofilia, sulla parità sul lavoro, sul mobbing, sulla pace, si potrebbero pensare in modo diverso…
E allora, perchè no? Noi donne siamo autocritiche ed ipercritiche, alle volte tendiamo ad avere poca fiducia in noi stesse e nelle altre.
Ma forse è ora di smettere, e di contare un po’ di più.