Abbattere il muro della TV

Nella società dello spettacolo quello che non appare non esiste. La finzione televisiva ha ucciso la realtà.
Eppure basta guardarsi intorno per vedere che c’è un’Italia che resiste e che non va mai in televisione.
Molti personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura disertano questo mondo.
In cima alla classifica dei dischi più venduti c’è Fiorella Mannoia che diserta i talk show e non è neppure sfiorata dall’idea di partecipare ai ridicoli riti sanremesi. Uno dei più grandi autori italiani, Paolo Conte, non ama la televisione italiana, anzi considera la sua partecipazione un danno promozionale anzichè un vantaggio.
Musicisti celebri nel mondo, come Morricone, Piovani, Abbado declinano da anni gli inviti nei talk show. Anche i nostri maggiori scrittori si tengono lontani dalle telecamere.
Alcuni non sono nemmeno invitati, altri si astengono per scelta.
Antonio Tabucchi sta lanciando il suo nuovo libro con interviste in mezzo mondo, ma è nella lista nera dei telegiornali in quanto noto antiberlusconiano. E così dicasi per Umberto Eco, che pure è grande conoscitore della televisione italiana.
Il premio Nobel Dario Fo, vittima di una censura demenziale storica, riempie i teatri di tutto il mondo. E così altri esclusi dalle reti nazionali, da Grillo all’ultima Guzzanti.
Senza televisione però si può vivere lo stesso, anzi meglio. E da tempo conoscenti ed amici hanno smesso di guardare una TV sempre più brutta e sempre più volgare.
Certo una minoranza, ma è un fatto che l’ultimo tentativo di Berlusconi di convincere gli itliani che la crisi non esiste è fallito miseramente nonostante i notiziari. Come credo stia fallendo la nostra missione di “pace” in Iraq.
La centralità dell’immaginario televisivo sta andando in crisi.
Più dei muri ideologici, in Italia rimane il “muro dell’immagine”, ed è questo che bisogna abbattere per aprire una porta ad una nuova libertà.

Dedicato a me

Girando per i vari blog leggo spesso poesie. Di tutte le specie: malinconiche, d’amore, poesie struggenti, appassionate, ricche di emozioni.
Non so più che fine abbia fatto un mio quaderno dove annotavo pensieri e poesie scritte di getto in momenti di rabbia e d’amore per la vita.
E’ passato così tanto tempo… ma la vena poetica è rimasta: ora ho un altro quaderno, quello dell'”età matura”, dove raccolgo divertenti sonetti, in dialetto romanesco (da romana di Roma) che mi diverto a dedicare ad amici e parenti nelle varie occasioni.
Uno in particolare me lo sono dedicato in occasione di una ricorrenza importante, festeggiata con amici di vecchia data, “nel mezzo del cammin di nostra vita…” Si sono commossi ed hanno riso. La voglio riportare per vedere se ha lo stesso effetto sui miei nuovi amici del blog.

Se me volto e guardo indietro
ve rivedo a tutti quanti,
so’ passati così in fretta…
mamma mia quanto so’ tanti!
Ma a guardavve mica male,
ve rivedo sempre uguale,
sì va be’ quarche rughetta,
quarche d’uno la panzetta,
quarche acciacco nella schiena,
coi dolori da fa’ pena,
fili bianchi nei capelli…
pe’ quarcuno manco più quelli!
Ma se volto e guardo indietro
ve rivedo tutti insieme,
sempre quì, sempre riuniti,
a magnà e a fa’ li scemi.
Sì va be’, semo cresciuti,
tra le gioie e li dolori,
tra le crisi e tra l’affanni,
so’ passati puro l’anni,
ma me piace avevve quà,
come allora a cazzeggià.
Ma se me volto e guardo indietro,
nun ve vedo proprio compatti, con lo spirito d’un tempo,
me sembrate un po’ distratti.
Che vor dì, che ve sentite?
Ma ‘sto spirito c’avete?
E’ lo spirito che conta
quello ancor tosto e sereno
se s’ammoscia puro quello
te saluto e manco ceno!
Io festeggio cinquant’anni,
mezzo secolo, ve pare?
Arifaccio un’antra festa
e voi quì a partecipare.
Sì va be’, lo so sicuro,
che de moscio, a parte un po’ er culo,
non c’è proprio, proprio niente
e lo spirito è gaudente!
Ve rivojo tutti insieme,
a fa’ er tifo pe’ me e pe’ Ermanno,
fra tant’anni festeggiamo
qualche altro compleanno.
Me ce rode, ma che voj fà,
puro pe’ voi stanno arrivà.

Eroe per caso

A tutt’oggi siano ancora in attesa della sorte dei tre ostaggi italiani sospesi tra la vita e la morte, mentre il quarto ha già pagato il suo debito agli assassini sfidandoli con la frase, rimasta memorabile, nella storia: vi farò vedere come muore un italiano.
Quotidiani, televisione ne hanno parlato. Hanno parlato di questo povero ragazzo, partito per l’inferno, a cercare fortuna ed in molti hanno commentato questa vicenda ponendo degli interrogativi: se assumerlo come eroe moderno tra i simboli della storia come un Enrico Toti, un Battisti, un Manara, oppure no.
Ma credo ci sia differenza nella definizione di “eroe”.
Gli eroi antichi erano dei semidei (l’ultimo credo sia stato Ulisse), l’eroe moderno è qualcuno che, arrivato ad un certo punto della vita, abbandona le comodità ed i piccoli obiettivi egoistici dell’esistenza quotidiana per votarsi ad una causa, andando incontro incosapevolmente a sofferenze, privazioni, pericoli proprio per sostenere quella causa. Spesso anche se non necessariamente perdendo la vita.
Si può anche dare prova di coraggio in altri modi: c’è chi sfida il destino correndo in automobile o praticando sport estremi. Chi sceglie il mestiere delle armi per dar prova di coraggio, ma nessuno di questi entrerà mai a far parte della schiera di eroi nazionali.
Ed infine tra l’eroe che muore per una causa ed il coraggioso che muore per aver sfidato il destino, esiste una terza categoria, quella degli “eroi per caso”.
Ma nonostante queste discussioni, ciascuno di noi avrà negli occhi l’immagine terribile di quel giovane, dinanzi al suo carnefice con la canna della pistola puntata alla tempia.
Questo è ciò che è accaduto ed è terribile. Questo è un mattatoio.
Non credo ci siano prospettive migliori, anche se la speranza è l’ultima a morire. Le previsioni non sono esaltanti, anche dopo i recenti fatti sul conflitto israeliano-palestinese con l’uccisione del nuovo capo di Hamas.
Si continua ancora a scegliere la strada della forza, della violenza e a macinare cadaveri.
Forse i carabinieri italiani di Nassirja sono morti invano ed il grido del giovane Fabrizio è stato inutile. Poteva servire a chiudere le porte del mattatoio che, se resteranno ancora aperte, per questi morti sarà stato solo un incidente di percorso, un sangue sparso inutilmente da un giovane eroe per caso.

Bisogno di conferme?

Si dice spesso che la perfezione fisica conta relativamente e che la bellezza non è tutto. I valori di una persona devono essere ben altri.
Ma è anche vero che le esperienze quotidiane danno, oggi più che mai, la prova contraria. Apparire anzichè essere è il nuovo motto.
E chissà perchè questo nostro Paese, a differenza di molti altri, dà un valore eccessivo alla bellezza e all’apparire.
Non che questo non sia importante, ma fondare i principi basilari di un’esistenza sul proprio aspetto e sull’affonnosa rincorsa ai consensi, mi sembra veramente esagerato.
Mi fanno impressione, per esempio, le gare che fanno molte mamme per firmare da capo a piedi i loro figli e, a loro volta, firmandosi pensando di trovare, così facendo, una loro identità.
Usano gli abiti per essere identificate e fanno sì che i loro figli vengano “rispettati”.Non si accorgono che, quasi sempre, l’esasperazione della “firma” è una specie di marchiatura che denota, secondo me, scarsa personalità e poco stile.
Non che l’abbigliamento “firmato” sia da bandire, ma quando questo diventa specchietto per le allodole, allora bisogna porsi qualche domanda ed usare il buon senso.
Anche il sorriso, la generosità, la semplicità hanno un grande ed antico valore che, a mio avviso, si dovrebbe rivalutare, riscoprire e addirittura insegnare ai bambini.
Invece ci si perde in corse patetiche per essere i favoriti di chi, nella nostra società, conta qualcosa. Costoro vivono la loro esistenza nella banalità più totale, confondendo il consenso della gente con la felicità. Se li senti raccontare le loro esperienze, ti fanno credere di essere sereni. Vivono invece, secondo un mio modesto parere, in modo tormentato perchè la serenità per loro è solo l’agio.
E fanno di tutto per ottenerlo, con avidità e maneggi, se necessario. Senza minimamente pensare che lo sfrenato desiderio di consensi porta lontano dalla serenità.

Educare significa saper dire “no”?

Con il permissivismo anni ottanta finisce che comandano i figli. A forza di tolleranza il potere se lo sono preso loro. Colpa nostra?
Un lavoro durissimo quello del genitore, costretto ad un’attenta vigilanza anche se, ricordando i suoi anni più verdi, spesso cede alla tentazione di essere troppo indulgente.
Forse è sbagliato cadere nella trappola dei genitori complici. La madre che fa finta di essere la sorella maggiore, il padre che sceglie la scorciatoia di fare l’amico.
La cosa più dura a cui abituarsi è trovarsi dall’altra parte della barricata, ricordando benissimo il desiderio di autonomia, le tempeste ormonali e quei flussi di odio allo stato puro verso madre e padre.
Altri tempi? No, è una ruota.
Com’è difficile fare non il genitore, ma l’educatore, che è cosa ben diversa.
E’ incontenibile quella marea che si chiama desiderio per un figlio. Come si fa a dire di no?
Quando ero una ragazza c’erano delle tappe progressive: a 18 anni conquistavi le chiavi di casa, a 19 il permesso di andare in discoteca (rare volte e di pomeriggio, soprattutto), a 21 la macchina e così via.
Adesso, quelli che hanno tutto non sono mai soddisfatti nè appagati.
La conseguenza? Si annoiano mortalmente. E poi sono fragili e spaventati, cresciuti spesso con la TV come baby sitter.
Abituati ad ingurgitare scene di violenza e di sesso. E così cresce una generazione di cuori di pietra, anzi di cuori di plastica.
Il gesto più educativo in assoluto dovrebbe essere il “buon esempio” degli adulti.
Ma dove sono le regole? Come si fa a trasmettere sani principi, quando oggi la politica ci suggerisce che vince il più furbo, chi non paga le tasse o si fa il lifting: in tutto questo c’è molto poco da imparare.
Cosa può apprendere un ragazzo dalla vergognosa vicenda della Parmalat o da trasmissioni televisive dove ci sono adulti che litigano e si insultano?
Sono fermamente convinta che spesso sono proprio i “no” che fanno bene e devono essere proprio i genitori a distribuirli. E soprattutto, sarà meglio, insieme ai figli, educare pure l’educatore!

Famiglie fragili

Di fronte ai tragici fatti avvenuti in questi giorni. la morte di una bimba di due anni e mezzo in circostanze terribili, a Città di Castello ed il mistero che avvolge la scomparsa ed il ritrovamento di un bambino in provincia di Crotone, non possiamo che asserire una cosa sola: che non sappiamo difendere i nostri bambini.
Si stanno svolgendo inchieste per far luce su questi avvenimenti e, mentre si ricercano i colpevoli, assistiamo impotenti alle figure di adulti incomprensibili che ci vengono presentte dai mezzi d’informazione: genitori che non reagiscono all’angoscia ed al dolore nei termini che ci saremmo attesi.
Le loro parole appaiono contraddittorie, i gesti sfuggenti, i volti indecifrabili. Non si riesce a capire come mai una madre che non lavora, affida la sua bambina ad un uomo definito assurdamente “amico di famiglia”.
Mi viene da pensare: ma quale amicizia? ma quale famiglia? Evidentemente anche le parole non hanno più significato, non hanno niente a che vedere con i veri valori. Avvenimenti che sfuggono alla più completa razionalità.
Perchè mai un padre che aveva già abbandonato la propria figlia in un autogrill, smarrisce tra i campi l’ultimo nato di due anni?
E’ questo non senso che turba i nostri animi. O peggio, il sospetto che un senso ci sia, forse il più terribile ed inaccettabile. Che i bambini possano diventare merce di scambio, fonte di ripugnanti contratti, di guadagni illeciti.
Chi sono i protagonisti di queste due storie? I due bambini non erano orfani, avevano padre e madre. Ma di che genitori si tratta? E’ facile, in questi casi, pensare ad individui “bestiali”, ma quì non si tratta di bestialità, perchè l’istinto negli animali spinge a proteggere il proprio cucciolo. Parlerei invece di “disumanità”.
La famiglia non è sempre e comunque, purtroppo, un luogo amoroso ed i genitori naturali non sono, in quanto tali, una garanzia per i figli.
E poichè la famiglia, oggi, è fragile e spesso malata, non può e non deve essere lasciata sola.
Gli adulti dovrebbero sentirsi più responsabili di tutti i bambini, e non soltanto dei propri. E l’infanzia dovrebbe davvero diventare “patrimonio dell’umanità”.

Il fatalismo dei romani

Strana Pasqua quella di quest’anno.
I turisti che affollano in questi giorni le strade di Roma, ed in particolar modo Piazza S. Pietro, sono osservati ad uno ad uno da un’infinità di agenti in divisa ed in borghese.
Nell’aria si sente un sentimento indefinibile: ma non è paura, almeno credo. Le strade, le metropolitane continuano a pullulare di gente, anche più di prima.
Il classico fatalismo dei romani sembra avere la meglio sulle quotidiane angosce trasmesse dai mass-media.
La sensazione è che, attraversando la città, ci sia una maggiore coesione tra le persone. Il nemico non ha volto, non ha un luogo, non lascia comunicati. E nessuno, per fortuna, ritiene di dover cambiare le proprie abitudini.
Il ricordo del nostro “terrorismo” è ancora così vivo in questa città densa di memoria ad ogni angolo… Ma fu sconfitto con serenità, tornando nelle strade, senza essere presi dal panico.
Mi fa ridere l’idea, letta su qualche giornale, del Santo Padre durante le celebrazioni pasquali blindato con un giubbotto antiproiettile.
Lui l’ha già schivato un proiettile nell’attentato del 1981 e ne è uscito illeso!

Peter Pan

Amo le favole. Quasi ogni sera, anni fa, c’era una favola nuova raccontata da mia nonna per farmi addormentare.
Poi crescendo il progresso ce le ha raccontate attraverso i cartoni animati del genio W. Disney e sono rimaste storiche: Cenerentola, Biancaneve, La bella addormentata, Peter Pan.
Peter Pan compie 100 anni. Il bambino che non voleva crescere è tornato, con un nuovo film, ridisegnato dal regista P.J. Hogan, una love story che sfiora dei toni quasi femministi.
Fedele al romanzo di Barrie, il nuovo Peter Pan anche nel film è un adolescente allegro, svolazzante, irriverente, con la paura di crescere, di diventare adulto, incerto se innamorarsi o rimanere a giocare con i pirati di Capitan Uncino (il mito di Peter Pan è stato a lungo analizzato dalle teorie freudiane). Ma nel film i riflettori sono puntati soprattutto sulla figura della piccola Wendy, l’adolescente a cui il padre ha “imposto” di crescere.
Ed è per questo che la giovane fugge con l’amico Peter sull’isola che non c’è: per continuare a giocare con i pirati.
Però poi arriva l’amore e tutto si complica fra i due. Ed al folletto che la guarda terrorizzato chiede: ” Quali sono i tuoi veri sentimenti Peter? Felicità? Tristezza? Gelosia? Amore?” e lui inorridito risponde: “Amore? Non ne ho mai sentito parlare. Perchè vuoi rovinare tutto? Ma non stiamo bene così? Ci divertiamo, no? Cosa si può volere di più?”
E Wendy: “Tantissimo altro, Peter”.
Insomma: lui irresponsabile e felice di continuare a giocare. Lei malinconica, ma decisa a crescere e a prendersi il fardello delle sue responsabilità. E a dimenticarsi per sempre del suo bambino interiore.
Questa Wendy del 2004 racconta una condizione condivisa dalle donne di oggi: perdita della leggerezza dei sentimenti ed acquisizione di ogni responsabilità.
All’inizio del film Peter Pan spiega che i bimbi sperduti sono solo maschi perchè le bambine sono troppo intelligenti per cadere dalle carrozzine.
Quindi le donne sono più intelligenti, più responsabili, ma in fondo più infelici perchè devono crescere e lasciare l’isola che non c’è.
E alla fine, Peter Pan sarà pure libero, ma solo: unica compagnia, il ricordo di un bacio.
Pensierino del giorno: sarà la fine di tutti gli uomini?