Lo fareste un ritocchino?

Come si sta dentro un corpo nuovo?
Cosa si prova a guardarsi allo specchio e vedere una persona diversa da quella riflessa per anni?
Sicuramente dipende da cosa ci si aspetta da quel cambiamento.
Chi per anni ha dovuto sopportare battutacce e prese in giro a causa di un naso grosso, storto o di un fisico troppo abbondante non può che sentirsi bene nella nuova pelle.
Il problema nasce invece per chi fa uso del bisturi (vedi nota e discussa trasmissione televisiva) per cambiare completamente la propria vita.
Spesso chi vuole cambiare qualcosa del proprio aspetto denota un disagio tutto interiore. Se si migliora la porpria immagine, ci si illude di poter riprendere il controllo di tutto.
Le persone più attratte dalla chirurgia estetica sono quelle che vivono un momento di svolta della loro vita: le giovanissime o le donne vicino alla menopausa.
Conformarsi a certi stereotipi di bellezza ti fa sentire più accettato dagli altri.
Sicuramente un fisico scolpito infonde più sicurezza, ma si corre poi il rischio di essere tutte perfettamente uguali e forse questo è ciò che lusinga di più.
Ci sono persone naturalmente attraenti, ma che non si piacciono.
Il problema è proprio questo: l’immagine oggettiva non sempre corrisponde a quella interiore che è il risultato del nostro vissuto, di quanta sicurezza siamo riusciti a costruire intorno a noi.
Chi ha scarsa autostima si vede brutta e si rivolge allora al chirurgo come ad un probabile “benefattore”. Se questo le regala due labbra “a canotto”, magari è più contenta. Almeno per un po’.
Poi ricomincia.
Personalmente tengo al mio aspetto, ma non lo metto al centro dei miei pensieri.
Non escludo la possibilità, magari un giorno, di rivolgermi alla medicina estetica, perchè no? Forse scoprendo qualche ruga di troppo.
Penso che sia importante piacere e piacersi. Naturalmente non lo farei a cuor leggero. Ma a forza di pensarci…
E voi?

Il Pianeta Rosso

La curiosità è una virtù del genere umano, e quella che spinge ad esplorare l’immensità spaziale è a dir poco affascinante.
Ho provato emozione quando ho visto sui giornali le fotografie dei pezzetti di superficie del Pianeta rosso e le immagini inviate dai veicoli della NASA.
Terra battuta, cosparsa di sassi strani, un suolo quasi “magico”, come plastilina. Tracce evidenti di acqua.
E ancora: facce, piramidi, strani “tubi”…
Ed il nostro Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, ha messo la firma per un progetto, si dice, più veloce di quello degli americani, per “Ammartare” (in gergo) sul Pianeta.
La data? Sembra nel 2015.
E così anche noi probabilmente esploreremo un pezzetto di universo.
Chissà: forse se potessimo inoltrarci a poco a poco nelle distanze infinite, anno luce dopo anno luce, alla ricerca di nuovi corpi celesti… o forse alla ricerca di omini con le antenne…
Chissà: scoprire anche un solo batterio extrarrestre vorrebbe dire che la vita non è una prerogativa del pianeta Terra.
Chissà: la vita potrebbe essere nata altrove… e poi migrata da noi, oppure sbocciata per caso in posti diversi… potrebbe avere le stesse caratteristiche in ogni luogo dell’universo.
Chissà: si potrebbe pensare infine che la vita è molto diffusa e che il cosmo sia pieno di esseri intelligenti.
Si potrebbe concludere che forse non siamo soli.
Non è più fantascienza!
E si potrebbe sperare che la nostra intelligenza venga usata per ricerca e tecnologia anzichè per guerre e carneficine.

Il coraggio di abbassare la guardia

Se tutto filasse liscio, non sarei quì a scrivere o meglio, caro Blog, troverei qualcosa di più divertente da raccontare.
Mi sento stanca, ho una faccia stanca e mi innervosisco facilmente. E questo è un problema.
Mi innervosisco se non mi si capisce al volo, mi innervosisco se le figlie parlano e chiedono ed hanno mille problemi… e non vedo l’ora che arrivi la sera per andarmene a letto, io che non ho mai sonno e che sono sempre alla ricerca di mille cose da fare.
La maggior parte di noi donne arriva a casa con il fiatone, come dopo una corsa: borse della spesa, borsa dell’ufficio, posta, a volte anche l’ombrello, in una volta sola e la cosa più sensazionale è che riusciamo a muoverci bene anche con i tacchi a spillo!
E poi comincia il secondo lavoro, quello non retribuito. Fornelli, lavatrice, ferro da stiro… Mamma oggi ho tanti compiti, devi aiutarmi per l’inglese… stasera faccio tardi… ho il cellulare scarico, prestami il tuo… sono triste… sono allegra… Maaammma, mi ascolti?
E questi sono i momenti in cui ti viene una gran voglia di gridare, perchè nessuno si accorge che sei stanca!
No, a noi donne non è concesso. Perchè siamo mogli e madri. Ed è normale, è una routine.
Siamo noi che ci siamo investite di questa immagine di onnipotenza, di tuttofare e quindi è normale appoggiarsi a noi e rimanere sempre un po’ bambini.
Perchè gli uomini fanno così fatica a capire che non bisogna sempre arrivare a chiedere? Perchè dobbiamo continuare, anche distrutte, ad essere sempre all’altezza “di tutto”?
Credo di essere una persona abbastanza indipendente, ma per essere sincera, mi manca una certa vulnerabilità, mi manca l’essere coccolata, mi manca sentirmi un po’ bambina anch’io, mi manca abbassare la guardia, mi manca avere solo voglia di ricevere rose e cioccolatini. Ogni tanto, giusto per ritrovare il coraggio di andare ancora avanti.
Eppure gli uomini chiedono aiuto. E lo fanno spesso.

Un’anima… un volto…

Un sole tiepido questa mattina, gente frettolosa che va e che viene lungo Via del Corso, scolaresche che camminano scomposte lungo il marciapiedi troppo stretto, traffico, sirene ululanti…
Arrivo all’appuntamento in anticipo: Galleria Colonna (da circa un anno Galleria Alberto Sordi, in ricordo del famoso attore romano); cammino attenta, curiosa fino a Largo Chigi.
E’ quì che dobbiamo incontrarci: ogni volto femminile attira la mia attenzione. Sarà lei? Che aspetto avrà?
Sarà una signora alta, bassa, magra, elegante, sorridente, imbronciata, distratta, attenta?
Guardo l’orologio, prendo il cellulare: Qualcuno, all’altra parte della strada, ha preso un cellulare… è lei?
Nell’attesa penso di immaginarla proprio così: la vedo avanzare verso di me, in mezzo a tutta quella gente che va e viene, stretta nella sua giacca di lana marrone, una sciarpa bianca intorno al collo, i capelli raccolti a crocchia: sorridono prima gli occhi, poi la bocca, in quel volto così rassicurante e sereno.
– Mary? –
– Sì Zampadura, ben arrivata! –
Veramente è come se la conoscessi da tempo, nonostante la nostra corrispondenza virtuale.
Camminiamo sotto questo sole tiepido, le nostre voci si sovrappongono, curiose di sapere l’una dell’altra.
Cerchiamo un locale per sederci, per parlare, parlare, parlare.
Mi viene in mente un bar-tavola calda, vicino al Teatro Quirino.
E’ tutto cambiato da queste parti colme di uffici, di banche. Sono cambiati i negozi, bar, punti di ristoro, volti diversi. Intravedo una mia ex collega di banca. Ho lavorato circa 16 anni quì.
Facciamo la fila io e Zampa per mangiare qualcosa, sembra di essere ad una mensa aziendale, ma è più simpatico.
Abbiamo fretta di sederci e di raccontarci.
C’è un ragazzo accanto al nostro tavolo, forse un impiegato che consuma frettolosamente il suo pasto.
Sicuramente sta ascoltando i nostri discorsi incuriosito.
Zampadura racconta: la sua infanzia, le deportazioni, la sua famiglia, i suoi figli, i kibbutz, la sua ideologia, le sue idee di pace e di giustizia, di israeliani, di palestinesi, di una guerra fra culture diverse, del suo modo di vivere e di concepire la vita.
Donna tenace, Zampadura, ma di una tenerezza e di una generosità incredibili!
La ascolto avida di di emozioni nuove.
E racconto, parlo all’anima a cui da mesi forse avevo dato un volto.
Anche lei mi immaginava come sono, ha poi confessato, mi immaginava con questi occhi azzurri e con questa grande forza di volontà che in questo periodo, però, fa brutti scherzi.
Parole di conforto e di saggezza dalle sue labbra.
Ci siamo salutate con un abbraccio fortissimo. Ci scriveremo attraverso il blog, questo strano fenomeno che avvicina persone così lontane, ma così simili.
Buon viaggio cara Zampadura e buon rientro nella tua terra! A riscriverci presto.

L’incontro…

Ebbene sì, cari amici blogger, l’incontro sta per avvenire!
Mi sento come una scolaretta al suo primo giorno di scuola: trepidante, eccitata, curiosamente in attesa di conoscere la “maestra”!
Conoscere di persona, fisicamente voglio dire, la “maestra” con la quale ho condiviso da tempo le mie emozioni ed i miei pensieri, una persona molto “gettonata” nel mondo del Blog, conosciuta e commentata da molti amici, una persona che vive lontano… e che per un po’ di giorni sarà in Italia.
Basta, non voglio dire altro. Lascio alla vostra immaginazione…
Indovinate chi è?

Le ciambelle che riescono col buco!

In un post precedente affermavo di non amare il carnevale, confesso invece, di amarne i tipici dolci.
Sembra si tratti di una ricetta sarda, zippulas o cattas, ma quella delle ciambelle lievitate è un’eredità lasciata da mia nonna che aveva origini assolutamente romane!
Il segreto di questa ricetta è unire alla farina la patata che dà gusto e consistenza. Notevole nella preparazione è l’armonia degli aromi: arancia, rum e cannella. Infatti, accanto all’umile patata, c’è questo altro aroma molto prezioso: la cannella.
Indubbiamente non manca una buona dose di “golosità”!
Se volete, quindi, provare a leccarvi i “baffi”, mi appresto a trascrivere la ricetta.
Lessare la patata e passarla al setaccio; unire la farina, l’uovo, lo zucchero, il rum, la cannella, la scorza di un’arancia grattugiata ed il lievito di birra sciolto in poco latte tiepido. Lavorare gli ingredienti fino ad avere una giusta consistenza.
Coprire la pasta con un telo e farla lievitare in luogo tiepido.
Infine confezionare delle ciambelle da friggere in olio caldo, passandole nello zucchero prima di servire.
E buon appetito! Il fegato forse ne risentirà un pochino, ma l’umore…
sarà al settimo cielo!!

Il carnevale

Il carnevale arriva e mi prende sempre di sorpresa.
Non lo amo, mi sembra sempre una grande tristezza.
Ma ai bimbi piace da matti! Sognano costumi come quelli di tante eroine della TV (è iniziata la caccia al vestito stile Elisa di Rivombrosa) o di altri personaggi oggi alla ribalta.
Ogni anno si cambia.
E’ difficile imbattersi ancora in uno Zorro, in un Superman, in una fata turchina, come quella della favola di Pinocchio.
Ma esistono ancora le favole?
E poi, dopo i coriandoli, si correrà verso la Pasqua, il sole, la primavera… le giornate si allungano. E a casa nostra questo cambio di stagione ha soltanto un significato: l’imminente trasloco nella casa di campagna, la casa del silenzio, della tranquillità.
Per la tranquillità vera, quella che da sempre sogno e che sempre si rimanda, non c’è tempo. Mai.

Punto di vista

E’ così lontano, sembra impossibile poterlo toccare, ma è pur sempre ciò che tutti sognano costantemente: perfezione, armonia, equilibrio.
In una corsa tanto inutile quanto nevrotica, verso il nulla.
E’ strana la sensazione di solitudine, quella mania o frenesia di voler trovare la cosa giusta nelle giornate storte, il raggio di sole fra le nuvole… la quiete lontana nel rumore incessante, il sorriso fra le lacrime.
Strana sensazione quella di voler terminare tutto sperando ed aspettando con impazienza che tutto inizi, invece, come sempre.
Volere, amare, odiare, sperare? Unica la risposta: non rinunciare, non piegarsi ed andare avanti e lottare per ottenere.
Quando il cuore non dà voce ai suoi segreti… dolce sensazione quella di trovarsi da sola, di fronte a pagine bianche per poter dare voce a quei segreti; quando le parole, gli sguardi non bastano, dobbiamo solo parlare, ma trovarsi di fronte a quella realtà fa male, e la voce ti ferisce e trema nel parlarti, ma nessuno sa cosa brucia dentro di te.
Alcune situazioni feriscono, ma aiutano a capire che “laggiù” c’è altro, qualcosa di più.
Siamo così attaccati al materiale, al fisico, al punto di essere ciechi e non vedere. Così impegnati, così egocentrici al punto di non accorgerci degli altri o di qualcosa di più profondo oltre noi stessi.

Grazie Lory…

Ho conosciuto Lory a 13 anni. E’ esattamente il mio opposto.
Ma siamo cresciute insieme. Io a casa sua, lei a casa mia. Stesso quartiere, stesso palazzo, spesso insieme in vacanza (padri permettendo).
Lei come me, unica femmina con due fratelli maschi. Ricordo ancora il telefono senza fili, da finestra a finestra, il fischio o uno squillo di telefono per parlarci, affacciate ai davanzali, e raccontarci le nostre intimità.
Sì, perchè allora il telefono, a differenza di oggi, era sempre sotto stretto controllo; guai alle telefonate e agli sprechi!
Ho avuto altre amiche, oggi ho altre amiche. Le circostanze della vita spesso ci hanno diviso, ma lei è l’unica che mi conosce bene e che sa tutto del mio passato.
Siamo cambiate da allora, oggi siamo delle signore, ma il rapporto è unico: non si tocca e non si cambia.
A ogni difficoltà ed a ogni bella notizia lei è con me.
Quando mi sono sposata lei è stata la mia testimone di nozze. Spesso rivederla nelle foto mi fa sorridere: con quel pancione enorme! Dopo dieci giorni diede alla luce due gemelline bellissime.
Voglio dirle grazie per essere stata spesso con la sua allegria ed il suo ottimismo di supporto alle mie vicende.
Grazie per tutte le volte che l’ho sentita vicino.
Grazie per i pomeriggi passati a parlare, a ridere, a cantare (… Sandro dagli occhi blu…), a giocare sulla nostra vita (erano gli unici momenti tutti per noi).
Grazie per aver pensato a me in questo momento di confusione.
Grazie per avermi offerto quella cosa a cui sai che tenevo, ma che non posso accettare.
Grazie Lory.

Il piacere della lettura

Non passate il vostro tempo

a piangere sul passato,

a sperare nell’avvenire.

Vivete le vostre ore, i vostri minuti.

Le gioie sono come i fiori

che la pioggia macchia

e il vento disperde.

(J. de La Fontaine)

Leggere è uno degli atti più creativi. Attraverso le parole di altri, la mente approfondisce la conoscenza di sè.
Contro la passività della televisione, riscoprire di leggere un buon libro è veramente fantastico.
Scorrendo le sue pagine non si è semplici “spettatori”, ma siamo noi stessi a creare un mondo immaginario, fatto di luoghi, atmosfere, suoni. Diamo noi un volto ed una voce ai personaggi, siamo noi ad “interpretare” in mille modi diversi le loro storie.
Eppure… quanti libri acquistati o ricevuti in regalo lasciati ingiallire sugli scaffali della libreria… spesso si pensa di prenderne uno, ma si rimanda per qualcosa di più urgente da fare.
Per i greci la lettura era la “medicina dell’anima”, consideravano leggere molto terapeutico.
E vale veramente la pena, invece, trovare il tempo di prenderne uno più spesso perchè tra quelle pagine potrebbe nascondersi la chiave del benessere della nostra anima.
Provo a scorrere i titoli e lascio che il mio sguardo si posi su uno in particolare. La scelta di un libro non è mai casuale: qualcosa dentro, un’esigenza profonda, spinge ad aprire proprio quello…
Buona lettura cari amici!