Perchè no un casalingo?

Perchè è così difficile trovare un po’ di collaborazione in casa da parte dell’uomo?
Colpa forse dell’equazione: donna + casa = mamma?
A sentir parlare le donne, in generale, i mariti o i conviventi italiani più che buttare la spazzatura ogni tanto (forse una volta all’anno), non fanno.
Perchè diciamolo, se c’è la donna in casa, chi glielo fa fare di interessarsi alla polvere che si deposita strato su strato sui mobili, ai piatti sporchi nel lavello, alle briciole nascoste sotto il tavolo o ai panni bagnati che pregano di uscire dalla lavatrice?
Il discorso cambia se si trovano a vivere da soli per qualche giorno.
Perchè sono loro che scelgono di occuparsi della casa, per necessità, le donne no. Da loro ci si aspetta che lo facciano e basta.
Allora fare il “casalingo” per qualche giorno diventa un hobby.
Spesso lo fanno con tanta precisione e dedizione che la cosa diventa a dir poco maniacale.
Non esistono mezze misure. Entra in competizione e fa il primo della classe.
Quando spolvera arriva nei punti più remoti, negli angoli più nascosti, se cucina non fa la pasta al sugo, ma gnocchi di patate e polpettine deliziose, quando stira una camicia diventa un’opera d’arte. Ha sempre bisogno d’eccellere, anche nel mestiere del casalingo!
La strada giusta sarebbe invece quella della condivisione dello spazio casa, aspirapolvere e spazzatura compresa!
Voi che ne pensate, cari uomini, vi rispecchiate in questo?

Sono tornata da voi…

Avevo deciso di non scrivere per un po’. Ma questa mattina, davanti al PC, le mie mani hanno cominciato a sentire una voglia sfrenata, la voglia di tornare ad esprimere i miei pensieri, le mie sensazioni ed ecco… le dita cominciano a scorrere sui tasti, come su di un pianoforte le note, ed appaiono le parole…
Saranno stati i commenti dei miei amici blogger sui vari post, sarà stato… non lo so, è che, forse, non ne posso proprio fare a meno.
Leggendo le varie notizie riportate dai giornali in questi giorni, un commento particolare va al “lifting” del più chiacchierato personaggio politico del momento.
L’eterno dilemma tra “l’essere” e “l’apparire”, tra ciò che siamo, così come vuole il Tempo e ciò che vorremmo essere e non siamo più.
Tant’è vero che l’argomento è diventato talmente di moda che, a breve, ne faranno una trasmissione televisiva in cui, chi ne avrà voglia, seguirà attentamente l’ascesa all’apparente immortalità di un sacco di gente.
Chi lo sa, forse in onore al restauro via bisturi del politico, restauro definito da lui “tagliando”, paragonandolo ad una macchina da revisionare!
Ma l’anima, accidenti, chi la restaura?
Un altro commento particolarissimo va, invece, alla notizia che nel 2000, quindi solo quattro anni fa, venne ufficializzata e si decise di far diventare il 27 gennaio la Giornata della Memoria per non dimenticare l’olocausto degli ebrei.
Giusto, giustissimo! Ma bisognava aspettare il 2000 per testimoniare gli orrori di quegli anni? E far diventare questa data un business tra celebrazioni, convegni, inviti a Premi Nobel, concerti, partite?
Chi è vissuto e chi è sopravvissuto a quegli orrori non potrà certo dimenticare, nemmeno se viene ufficializzata la data dell’apertura di un campo di concentramento.

Lettera aperta al Mago

Ieri mattina, leggendo il post del mio amico Mago, ho scoperto che veramente è un prestigiatore ed un artista di mestiere, oltre che essere una persona sensibilissima ai vari problemi che assillano l’umanità.
Ed allora, vista questa sua propensione per il prossimo, mi è venuta una voglia pazzesca di chiedergli di farmi sparire, con le sue arti magiche, per un po’ di tempo da questa vita sempre meno stimolante.
Pienamente cosciente delle grandi catastrofi che sta subendo il mondo intero, guerre, fame, terrorismo, odio, paura, non riesco ad essere però spettatrice impassibile su quello che sarà il “mio domani”, il domani di una donna ancora giovane e con tanti buoni propositi in questo particolare momento alquanto vacillanti.
Vedo i miei sogni svanire ad uno ad uno, non faccio altro che macerarmi negli errori commessi, ho voluto riunire una famiglia che viveva metà in una piccola provincia e metà in una grande città, volevo una famiglia normale, tutti insieme ad assaporare gioie e dolori, volevo ricostruire un rapporto forse mai esistito con i miei genitori, volevo ritrovarmi e ricordarmi ragazza nel quartiere della mia città, volevo la confusione, il caos, le luci, il via vai continuo della gente bella, brutta, anonima, dopo undici anni – sembra quasi assurdo – di silenzio e solitudine nella campagna.
E invece…
Mia figlia, la più grande, trasferitasi in città per studiare, ha preferito continuare a vivere dalla nonna; tra lo studio ed un lavoro saltuario, tra un amore e l’altro, vive la sua vita autonomamente, tra alti e bassi e la sua mamma esiste quando occorre tirarla su da questi “bassi”.
La seconda, dopo tre anni, non riesce ancora a trovare una sua dimensione nella nuova scuola, nella città, nella nuova casa, certo piccola rispetto ai grandi spazi a cui era abituata e mi rimprovera in continuazione di averla sradicata dal piccolo centro dove si sentiva più protetta.
Mio padre è morto, due anni fa e quel rapporto che cercavo con lui forse ha cominciato a nascere in quell’unico, terribile mese di ospedale.
La mia città dovrò lasciarla, perchè a breve dovrò lasciare anche questa casa nel mio quartiere, per ritornare nel silenzio e nelle strade deserte e desolate di provincia.
Ed il lavoro, ritrovato a fatica due anni fa? perchè o sei troppo giovane per la pensione o troppo vecchia per un’altra occupazione, dovrò lasciare anche questo, perchè troppo lontano?
Non lo so, non so più niente.
Quindi, caro Mago, ti prego: fammi sparire per un po’ in modo che da sola, in un posto lontano, possa ritrovare sicurezza e fiducia e, soprattutto, voglia di decidere ancora.

Più polvere in casa, meno nel cuore…

Non c’è niente di male ad amare l’ordine e la pulizia. Anzi.
Ho letto un articolo in proposito. Spesso la mania dell’igiene deriva da un’educazione molto rigida.
Il soggetto colpito dalla sindrome del pulito a tutti i costi ha una casa immacolata, una scrivania perfettamente in ordine, mai un capello fuori posto… ed ha la pretesa di essere così in ordine anche dentro.
E’ impietoso con i propri difetti, e meno li sopporta più li combatte, più si sente insicuro, dimenticando forse che invece sono proprio le imperfezioni a renderlo unico.
Il risultato dell’educazione troppo rigida ha trasmesso l’idea che la pulizia fisica corrisponde a quella morale, insegnando sì ad essere una persona affidabile e puntuale, ma lasciando anche in eredità il complesso del bambino perfetto, che ci si trascina anche nella vita adulta.
Come allora non ci si poteva sporcare il vestito o entrare con le scarpe nelle pozzanghere, oggi ci si proibisce ogni trasgressione, anzi la si considera “vietata”!
E così giù a passare aspirapolvere, strofinare, disinfettare, quasi fosse un modo per non farsi travolgere dalle emozioni, per non farsi travolgere dai sentimenti o da impulsi interiori.
Più leggevo interessata l’articolo, più mi immedesimavo tristemente nel soggetto.
La mia esigenza di ordine e pulizia poggia su un grande bisogno di sicurezza? Alle volte finisco per programmare tutto, ma è una cosa che odio e so di correre un doppio rischio: di essere sempre troppo rigida e poco spontanea.
La mia paura è quella di non riuscire a portare a termine sempre tutto, sia che si tratti di un lavoro, o di una qualsiasi cosa.
Spesso diamo la colpa al tempo che manca, ma non è così.
Dovremmo sforzarci a lasciare ogni giorno qualche cosa di incompiuto, e per riuscirci senza sensi di colpa, fare qualcosa di gratificante. Ma un conto è dirlo, un altro farlo!
Parole e gesti pesano sui nostri comportamenti più di quanto crediamo. Così eliminare certi atteggiamenti può aiutare a correggere ciò che desideriamo – o dobbbiamo – cambiare.
Perchè credo che, oltre ad impedire una certa spontaneità e benessere, si rischia di ferire la sensibilità degli altri.
Riferimenti: Puliti fuori, puliti dentro. Ma chi l’ha detto?

Domenica, giornata di rottura…

Ieri, domenica, giornata piovosa e fredda, noiosa e senza senso, volevo ritrascrivere un sonetto dedicato a mio marito nel giorno del suo 50° compleanno. Invece, è stata una giornata di “rotture”, nel senso che si è impallato il mio PC. Per colpa di non so chi: forse Roby, forse proprio lui. Con questo masterizzatore del cavolo! Musica, canzoni… sempre a duplicare o scaricare. Forse non ne sono capaci, eppure continuano, imperterriti, quasi fosse una sfida.
Così, eccomi quì, con il PC dell’ufficio, tra una telefonata ed una citofonata, sempre di nascosto dei colleghi.
Lo riporto ugualmente, per farvi divertire ed anche emozionare, forse.
“Se me volto e guardo indietro… cominciava quer sonetto
Mo’ lo dedico al marito che a 50 è ancor più matto!
Te volevo fa contento ricordando l’avventura
cominciata in ‘500… mai finita, ancora dura!
Te volevo ricordà quei momenti spensierati,
parlavamo come amici pe’ finì poi innamorati.
Te volevo ricordà certe tresche organizzate
de nascosto un po’ de tutti, dall’amiche più fidate,
certi sguardi de passione e ogni sera ritrovasse
dentro al bar dell’Alberone.
Te volevo ricordà che alle feste dell’amici
me facevi sempre er filo, me dicevi: Tu che dici?
Voi ballà o annamo via? Scappavamo poi felici
pe’ stà soli e pe’ sognà un futuro in armonia.
Te volevo ricordà quelle gite sulla neve
se partiva tutti insieme per quel giorno così breve.
Se tornava poi la sera assonnati e pure tristi,
cantavamo a squarciagola le canoni de Battisti.
Te volevo ricordà na’ mattina de settembre
m’aspettavi sull’altare pe’ giuramme Tuo pe’ sempre!
Quanti anni so’ passati, venti, trenta, nun lo so,
non l’avemo mai contati.
Te volevo ricordà che quel caro, bel ragazzo,
ogni giorno è ancor più pazzo,
sempre pieno d’allegria, sempre aperto all’armonia,
sempre pronto a fa du’ conti,
certe volte un po’ me smonti!
Te volevo ricordà… ma non so poi così certa che
ricordi l’emozioni de quest’anni ormai passati
delle nostre sensazioni…
Te volevo fa l’auguri tutti insieme e quì riuniti
d’un felice compleanno, nun se semo mai scordati.
Te volevo ricordà che la festa ancora dura,
ma me guardi un po’ svanito, stai a pensà a na’ procedura?
– Marinè – poi me dirai, con quel fare molto ardito,
– te volevo fà notà che nun so rincojonito!
li ricordi so’ sicuri
Poi all’orecchio me sussurri: Pe’ chi so’ tutti st’ auguri?”

Che ve ne pare?

La scatola dei ricordi.

Ho una scatola enorme nella mia casa di campagna.
Lasciata lì, nella mia tana, la stanza dove dipingo, piena di tele incomplete, disegni, ritratti.
E’ la scatola dei miei ricordi.
La foto di mia nonna, sorridente ed ammiccante, nel giardino della casa dei miei. Le foto dei miei 18 anni: minigonna, calze scure, una montagna di capelli castani, un sorriso tranquillo.
Bigliettini di auguri, fogli trascritti, 50 lettere di una fitta corrispondenza tra me e mio cugino, l’amico di sempre, nel bene e nel male.
Una piccola scatolina con un ciuffo di capelli biondissimi, tagliati a mia figlia quando aveva un anno.
Una foto vecchissima di un matrimonio di certi miei zii, carta seppiata, gente sorridente in un giorno felice, gente che ormai non c’è più.
Il mio bouquet di sposa, rinsecchito, rimpicciolito, ma sempre profumato. Ha perso la freschezza di quel giorno, ma non il ricordo ancora vivo.
La cassetta registrata della voce di mia figlia nel primo anno di elementari…
La foto dell’altra, al suo primo anno di asilo. Impaurita, mascherata, magra, magra.
Spesso la apro questa scatola.
I ricordi sono contenti, fuori di lì, escono tutti insieme.
Do loro libertà, libertà di ricordare, di fluttuare nell’aria, di avvolgermi completamente per tenermi ancora viva.

Ho letto un altro libro…

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no
considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetete ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Ho finito di leggere “Se questo è un uomo” di Primo Levi, deportato, in quanto ebreo, nel febbraio del 1944 nel campo di concentramento di Auschwitz. Un resoconto particolareggiato e minuzioso di un anno trascorso in quel lager, una vittima ed un testimone della massima quota di orrore che il XX secolo abbia prodotto.
Una testimonianza sulla condizione umana, sui suoi limiti, sulla caparbia capacità di concepire il bene di fronte alla suggestione del male.
Un messaggio sul terribile snaturamento cui tutti vengono sottoposti nell’universo lager, sulle terribili e devastanti atrocità che l’uomo commette sull’uomo.
“… Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di quì, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz è bastato animo all’uomo di fare all’uomo”.

Cosa c’è dietro il lavoro?

Sono giorni che penso e ripenso, medito, cercando di esprimere la mia scontentezza, provando a ritrovare quell’equilibrio che ogni tanto vacilla, tra “alti” e “bassi”.
Non trovo le parole giuste, quelle pacate, senza rabbia.
Nella vita ho fatto sempre delle scelte, giuste o sbagliate. Ho sempre messo al primo posto la famiglia, gli affetti, al secondo il lavoro e, come donna, spesso sono stata penalizzata.
Per l’universo maschile non è così. E’ vero, fin dalle origini della nostra storia, gli uomini andavano a caccia lasciando a casa moglie e figli e quando tornavano erano più fieri del trofeo che riportavano di quanto non desiderassero rivedere la loro famiglia.
E con il passare dei secoli le cose non sono migliorate affatto, anzi.
Oggi, quando la sera si attardano sul lavoro, la sensazione è che facciano di tutto per arrivare a casa quando non è rimasto che cenare e andare a dormire. Senza avere un minuto di tempo per uno sguardo intenso per i figli, persi nel vuoto, con la mente così lontana da noi, a cercare la propria identità nei riconoscimenti che si ottengono nel proprio ambito lavorativo.
Fuori di lì non ci si sente nessuno.
Quindi, le sere in famiglia, i fine settimana spesso diventano un non-tempo in cui non si sa chi si è, perchè si è fuori da quel contesto lavorativo dove si gioca a fare la gara a chi è più bravo.
Quando rispondono alla moglie che telefona, magari per un aiuto, sono scontrosi, sbrigativi, troncano la conversazione magari con un pretesto.
Ma immediatamente se un superiore o un collega li cerca, cambiano umore, diventano collaborativi e sanno sorridere.
Cos’è che ha fatto diventare quei ragazzi, con gli occhi che brillavano di sincera passione, degli uomini così spesso insensibili che, con l’alibi della stanchezza non sanno nemmeno leggere una favola ai propri figli o chiedere come è andata la scuola? Deve esserci stato un errore nel corso degli anni. O forse è solo un malinteso senso di responsabilità del capofamiglia, che per affermare l’importanza del proprio lavoro deve farlo pesare necessariamente alla famiglia?

W il Blog, M e-mail!!

Essere entrata per caso nel mondo del Blog mi ha dato e continua a darmi una bella sensazione.
Aver incontrato persone con le quali condividere idee e sensazioni ed instaurare con alcune di essere una corrispondenza quasi quotidiana, per me che scrivere è un “vizio secolare”, mi induce più volte a ringraziare virtualmente l’inventore di questo fenomeno.
Ora la cosa più sorprendente, ma più che altro irritante è che, diventando un pochino più esperta di PC per motivi di lavoro, ho cominciato ad usare anche la posta e-mail pensando di rimanere, ahimè, come per il Blog, un pochino più in intimità. Invece no.
Tutti si sentono in diritto di invaderti.
Tutti pensano che valga la pena di rubarti minuti con messaggi di ogni genere. Sarebbe così bello trovare solo quelli richiesti.
Quelli importanti su cui riflettere, quelli che si aspettano. Invece no.
C’è sempre una certa Luisa o Loredana o “vattelapesca” che avverte, anche chi non ha interesse al fatto, di essere una studentessa a cui piace tanto spogliarsi mentre c’è qualcuno che la fotografa, suggerendo di cliccare per trovarla. Ci sono offerte particolari per chi usa Internet spesso o per chi, invece, lo fa raramente. Viaggi in offerta, vacanze premio, Borsa…
Tutto in quantità da supermarket in offerta speciale.
Insomma l’E-MAIL è molto spesso invadente e rischiosa perchè ti riempie di una miriade di notizie che non ti interessano e, a volte, suscitano anche timore.
Giorni fa ho ricevuto una posta in inglese da parte di non so bene chi (sicuramente un imbecille che di questi tempi gioca con il fuoco!) che mi accusava di avergli dato, “senza via di scampo”, del terrorista.
Sarebbe bene, visto che apparteniamo chi più chi meno a questo giro, pregare il grande popolo dei maniaci delle e-mail di darsi una calmata.
E proviamo invece a sognare: apriamo il computer, vediamo la posta, contiene solo qualche busta, poche lettere scritte solo per noi.
Lettere che ci interessano davvero!

Che disasastro questo carovita!

Ho fatto caso che nella scelta degli argomenti da trattare su questo Blog non c’è niente che possa avere attinenza con quello che sto per dire.
La mia opinione sarà banale ed anche un po’ scontata, ma credo che le cose vadano dette se si pensano.
Sui giornali, in televisione non si fa altro che parlare della vita che è diventata cara, la gente si lamenta in continuazione, ma vorrei tanto che qualcuno di importante leggesse queste righe e mi consigli sul da farsi.
Soprattutto chi è al vertice dovrebbe darci qualche suggerimento da seguire passo, passo. Anche perchè la maggior parte della gente comune, credo, si trovi nella mia identica situazione.
Chi può spiegarmi perchè gli affitti stanno raggiungendo delle cifre vergognose? Come si fa a chiedere cifre da capogiro per 70/80 mq. con una semplicità e facilità così allucinante? Per non parlare poi di comprarlo un appartamento.
Qualsiasi zona è “inavvicinabile” economicamente. Anche se si dovesse accedere ad un mutuo, quale sarebbe la cifra da chiedere, non potendo disporre di un elevato numero di euro in contanti?
In questo momento sto parlando per me, ma penso anche e soprattutto a quella miriade di giovani che rimangono, oggi come oggi, in casa fino ad età ben matura e non perchè sono dei mammoni o adagiati per il fatto che “tanto ci sono mamma e papà che fanno tutto”, ma perchè non credo possano permettersi una casa loro con annessi e connessi.
Quando penseranno a metter su famiglia?
Oramai anche fare la spesa è diventato un incubo. Esci dai supermercati con quattro, cinque cose ed il portafogli vuoto: botte da 80/90/100 euro.
Quello che più mi manda in bestia è che si viene colpiti soprattutto sulle cose strettamente necessarie.
Si vive con l’incubo di quanti euro spendiamo. E’ vergognoso!
E poi alle volte ti chiedono perchè sei giù di tono… Da qualche anno poi c’è questa farsa dei saldi. Alle volte si pagano dei capi più del loro valore prima degli sconti.
Sì, sono proprio giù di tono.
Perchè non vedo via d’uscita, perchè fra qualche mese ricomincerò ad impacchettare, perchè non so dove andrò e perchè soprattutto non mi alletta affatto l’idea di tornare nella casa del “silenzio”… a rimuovere ricordi che non appartengono più al mio passato.
Anno nuovo, vita nuova, cose nuove, come nel mio precedente post, ma a quali condizioni?
Così vorrei sapere se a leggere queste righe ci sarà qualche politico in grado di darmi qualche buon suggerimento da seguire.