Diamoci più tempo…

Non riesco a crederci, un altro anno è passato.
Una sensazione personale o una realtà comune a tutti?
Sempre di corsa, senza un attimo di pausa, giorno dopo giorno, ora, dopo ora… ed il 2003 sta per lasciarci.
E’ passato anche il tempo dei regali, le corse da un negozio all’altro, casa, lavoro, famiglia, mille impegni.
Certi giorni vorrei essere una medusa con mille tentacoli per riuscire a fare più cose in una volta!
Sempre con la presunzione di saper fare tutto meglio di chiunque altro, la smania di perfezionismo ed il volere costantemente dimostrare di non avere bisogno di nessuno, nemici del mio benessere.
E mi accorgo oggi, 30 dicembre 2003, che così facendo, questi anni continueranno a scivolare via senza poter assaporare la voglia di vivere il tempo come se non fosse il nostro più acerrimo nemico.
Perchè il tempo è un “tiranno”, ma che si può addomesticare.
Per vivere meglio, per dedicarci più a noi stessi, per fare in modo che non voli più via freneticamente, per farlo durare di più, per avere più “tempo”…
Spero che questa sera io metta veramente in pratica questi buoni propositi… nel frattempo… auguro a tutti i miei cari amici blogger un FELICE 2004!!!!

La mia meravigliosa città

Questa mattina la città sembra deserta rispetto ai giorni precedenti il Natale, è una meraviglia.
Gelida, ventosa, misteriosa sotto il cielo nero.
Avvolgente e poetica, quasi intima, tra cortili nascosti in fondo all’intreccio dei vicoli. Roma ed il suo centro. Mille volte attraversato per lavoro, per una passeggiata, per un appuntamento o solo per sbirciare nei mille negozi.
Eppure mi seducono ancora le piazze, i monumenti, le strade, gli intonaci stinti contro squarci d’azzurro.
Prendiamo per esempio Trastevere o Campo de’ Fiori: quartieri tipici, folcloristici da lasciare agli stranieri in gita. Sbagliato.
Perchè Roma è una continua scoperta, c’è sempre qualcosa che ti sorprende, una via nuova da scovare.
In quel labirinto di strade, dove ti perdi e poi ti ritrovi, vicoli un po’ sciatti e sornioni al mattino, momento più magico della giornata, quando tutti dormono ancora, rimani affascinato dalle prime botteghe che aprono, i bar dove gente frettolosa ed infreddolita compie il rito mattutino della colazione.
La sera invece tutto diventa eccessivo ed effervescente, tra i motorini ed il battere dei tacchi sulle strade, la musica sparata dei pubs e l’ultimo caffè prima dell’alba.
Ristoranti, vinerie, sono lì da tantissimi anni, con gli stessi tavoli, scaffali e banconi ed un’atmosfera un po’ complice.
La sera cambiano i volti, i giochi di luce e le ombre sugli intonaci screpolati.
Diciamolo: i turisti attratti da questa Roma forse non hanno tutti i torti.
Non è niente male perdersi tra vecchie osterie con trecce di agli alle pareti, concentrati di pizzerie, bancarelle, bar, sale da thè, a volte qualche stornello in agguato, che ti lasci alle spalle, mentre ti incammini per un altro vicolo.
In un dedalo di viuzze con scorci improvvisi, fai qualche altro passo e sei lungo il fiume, là sotto gli alberi di Lungotevere: un po’ di vento ed i gabbiani che quasi ti fanno sentire il mare anche in inverno.
La storia, la luce, il mistero e la sensualità di Roma riescono a sedurmi anche nei luoghi più scontati.
Ora sono quì, a scrivervi della mia città, con ancora negli occhi le meraviglie di questa mattina…

Un augurio chilometrico…

Voglia di festa, regali, auguri, questi i giorni in cui la gente si scambia bontà e desideri per un anno migliore.
Vorrei addobbare questo mio post, come ho fatto con l’albero, di palline e luci colorate… ma ahimè! non ne sono capace.
Spero che col tempo imparerò anche questo.
Voglio usare il Blog per trasmettere a tutta quella gente che ho conosciuto (commentatori fedeli e di passaggio) il mio più grande e sincero augurio di Buon Natale e per un anno davvero migliore anche se, purtroppo, è un altro che ne passa.
In questi giorni sarà difficile venire a trovarvi… pacchetti da confezionare, biglietti, telefonate, spese varie, preparazione culinaria..
A proposito, non abbondate con fritti e dolciumi… pensando che poi la palestra cancellerà gli stravizi! Il Natale non è solo questo.
Un augurio particolare al mio amico Mago, quotidianamente presente alle mie emozioni, al mio amico Cambridgiano che mi fa vivere Cambridge, a Vitty che condivide con me il “silenzio” della casa in campagna, alla mia amica Piz (quanto ho faticato per trovarla!), alla mia amica Zampadura, sempre in conflitto con il suo PC, al mio amico Dagobar, scoperto per caso che condivide con me la magnifica arte della pittura, a…. beh, AUGURI DI CUORE VERAMENTE A TUTTI!!!

A proposito di cellulari…

“Che fate?”
“Ndo’ state”?
“D’annate”?
“Amo’, sto arrivà”!
Queste più o meno le frasi che mi capita di sentire quasi tutti i giorni sui mezzi di trasporto, per le strade, nei negozi, nei cinema, nei posti più impensati, monosillabi che escono a piena voce dalla bocca dei cosìddetti telefonino-dipendenti.
Sì, sto proprio parlando del cellulare.
Cellulari di varia natura e dalle forme più strane, cellulari che cambiano continuamente dimensione, ad alta tecnologia, quelli che fanno foto e quelli che funzionano anche da videocamera, di tutte le marche e di tutti i colori.
Anch’io ne posseggo uno, da meno di un anno, un telefonino normale, senza tante pretese. Sono diventata proprietaria di un arnese del genere grazie a mio marito (che ne ha uno sempre spento!), regalatomi per “necessità”, così si dice.
Ma non mi ritengo affatto telefonino-dipendente.
Devo dire e mi rendo conto comunque che il piccolo aggeggio ha portato davvero nella società una rivoluzione, un cambiamento la cui profondità non è stata spiegata, mi sembra, con la dovuta attenzione.
Il cellulare ha abolito (bene o male che sia) la solitudine.
La possibilità di comunicare sempre ed in qualsiasi luogo con un’altra persona, cambia le condizioni di vita. Capisco quindi che il proprietario dell’aggeggio cada, in un modo o nell’altro, sotto il suo dominio.
Quando si dice la famosa frase: ” puoi sempre trovarmi sul cellulare”, si fa una promessa che poi dispiace infrangere, spegnendolo.
E lo spegnimento significa spesso l’uscita da un cerchio magico che esercita, evidentemente, un grande fascino.
Tutto ciò mi aiuta a comprendere, più di quanto non succedesse prima, il fenomeno.
Ma detto questo, credo che rimangano in vigore delle regole fondamentali da seguire nell’uso dell’aggeggio la cui violazione indica una grave maleducazione.
1) E’ imperdonabile tenerlo acceso nei teatri e nei cinema.
2) E’ maleducazione ricevere una chiamata e parlare tranquillamente con la persona che chiama mentre si è in compagnia di altre.
3) E’ spiacevole intrattenere conversazioni di carattere personale, soprattutto ad alta voce, in mezzo ad estranei (della serie: ma a noi che ce frega?).
4) E’ enormemente ridicolo conversare e gesticolare (e questo ai fans dell’auricolare) mentre si cammina da soli, lungo un marciapiede.
Se ci si guardasse allo specchio in quel momento, ci si vedrebbe molto buffi e forse non si farebbe mai più.

L’arte del dipingere può colmare l’insoddisfazione?

Ho ripreso in mano i colori… strana sensazione.
Volevo imprimere sulla tela il movimento, la leggiadria, i volteggi tra nuvole di tulle e scarpette da ballo.
Ho comprato giorni fa un volumetto sulle opere di Degas e dopo tre anni ho ricominciato a buttare giù i colori, in un angolo del tavolo della cucina, non nella “mia tana”, come dice Roby.
La “mia tana” è la stanza della mansarda nella casa di campagna, dove per anni ho dipinto le mie fantasie, volti e corpi di donna, vasi di fiori e frutta, paesaggi sognati e vissuti.
Nel paese dove abitavo ho conosciuto un pittore, strano personaggio.
Il Maestro, come quasi tutti gli artisti veri, era solo. Solo per carattere, solo per la specificità e particolarità della sua natura, solo per l’onestà, solo per l’orgoglio del suo rigore, per l’inflessibilità dei principi e dei giudizi, solo per la sua arte, vale a dire, per ciò che esigeva da sè.
Insieme avemmo l’idea di una scuola di pittura e devo a lui, al suo amore per questa arte, un ringraziamento speciale per aver saputo tirare fuori dalla mia anima i particolari che fanno l’insieme… che fanno la bellezza di una forma.
Sento ancora l’odore dell’olio, della trementina, l’acre odore degli acrilici, odori dell’arte che aleggiava in quella enorme stanza di un antico palazzo nel centro del paese adibito a Biblioteca comunale.
Il ricordo è ancora così vivo in me che, se chiudo gli occhi un istante, mi sembra di essere lì, tra tele fiammeggianti di colori, cavalletti, pennelli.
Non riesco a capire se è la voglia di tornare indietro e di rivivere quei momenti magici, o perchè questo senso di insoddisfazione che sta riempiendo di nuovo le mie giornate, incosciamente mi riavvicina a questa arte stupenda che però è anche solitudine.
Ma perchè sono così? Se mi guardo intorno vedo che il mondo è pieno di scontenti e di gente sola.
L’insoddisfazione affonda le sue radici negli anni dell’infanzia e nei rapporti familiari. Così dicono gli psicologi. O da una continua tendenza a porsi obiettivi troppo elevati, impossibili da raggiungere?
Il risultato, purtroppo, è quello di cercare il massimo in ogni situazione, per poi restare inevitabilmente delusi e scontenti se non si riesce ad ottenere quello che si vorrebbe.
Ma il bello è che io non cerco il “massimo”, vorrei solo un po’ di tranquillità e riuscire, soprattutto, ad esternare quello che veramente ho dentro di me.

Abbiamo bisogno di spiritualità?

Spesso, quando con i pensieri ritorno alle persone care che non ci sono più, sento un irrefrenabile bisogno di entrare in chiesa e pregare per loro.
Non mi ritengo una fervente cattolica praticante e la fede, nel mondo di oggi, sembra vacillare ed è più debole, meno impegnativa di quanto non fosse in passato, ma alle volte mi appare come uno strumento indispensabile su cui fare affidamento.
Da bambina, mia nonna aveva sempre una preghiera per ogni occasione. Io le imparavo tutte a memoria, e poi cercavo di ripeterle con la stessa emozione che coglievo nella sua voce.
Avevo quasi la sensazione che quello fra lei e Dio fosse un rapporto unico, privilegiato. E non capivo perchè per me, invece, fosse così difficile seguire poi il catechismo con concentrazione, evitando di distrarmi durante le lunghe ed interminabili sequele di discorsi e ragionamenti del parroco.
Poi, dopo un brevissimo periodo di crisi mistiche che mi portarono ad ascoltare ogni giorno una messa durante un mese mariano per guadagnare il paradiso (così diceva mia nonna), mi convinsi di non avere più alcun bisogno di spiritualità.
Nel corso degli anni, senza quasi rendermene conto, ho sentito di nuovo il desiderio di avvicinarmi alla preghiera, ritrovando nella memoria brandelli di quelle recitate da bambina.
E alle volte pregare mi dà un profondo senso di benessere.
Certo, so bene che la mia fede è fragile, imperfetta ed incoerente, eppure è un sostegno, un aiuto nella mia ricerca del senso della vita.
La ragione da sola non basta a dare una risposta a tutte le nostre domande: perchè si nasce, che valore ha la nostra esistenza, che cosa c’è dopo la morte…
Razionalmente nessuno può dirlo.
Per trovare una spiegazione, bisogna cercare una via alternativa.
E spesso la fede rappresenta questa via.

Queste strane donne…

Vi siete mai chiesti se è vero che uomini e donne manifestano il loro amore in modo diverso? Ho ricevuto un commento ad un mio post precedente dove mi si diceva di avere una strana opinione degli uomini.
Credo che ci sia molta differenza, invece, nell’esprimere questo sentimento.
E credo che ci sia differenza proprio nell’esprimere qualsiasi tipo di sentimento.
Anche se la gioia ed il dolore sono ovviamente gli stessi per i due sessi, il modo di esprimerli è fortemente caratterizzato.
Che la donna sia più portata alla tenerezza, alla comprensione ed al perdono non è solo un luogo comune.
Quindi, quando ama, lo fa senza pudore nel mostrare, con gesti e parole, i suoi sentimenti.
L’uomo, anche se è innamorato con la stessa intensità, è molto più bloccato nel far trasparire cosa prova.
Sono tanti quelli che si vergognano anche solo di regalare un mazzo di fiori o scrivere una lettera d’amore. Non parliamo poi di saper perdonare: molti uomini si assolvono quando tradiscono, ma quanti sono capaci di perdonare un tradimento?
E’ un redisuo di quel maschilismo che ancora oggi offende e mortifica la dignità delle donne.
Peccato che, quando si accorgono di non averle rispettate, di solito le hanno già perse.

E’ più facile trovare un paio di scarpe o un marito?

Si avvicina a grandi passi il Natale, tempo di regali, ahimè, e voglia di indossare qualche cosa di nuovo per la festa.
Ma girando e buttando l’occhio nei vari negozi, mi sono resa conto che non solo i generi di prima necessità costano un “botto”, ma improvvisamente è diventato difficile anche trovarli.
Come le scarpe, ad esempio. Le scarpe? Ma se la penisola pullula di negozi di scarpe. Dal grande negozio al mercato, le scarpe sono sempre la prima cosa che ci viene offerta. Con delle scarpe nuove, anche se non è Natale, ognuno, almeno il primo momento, si sente felice.
Però oggi come oggi, per un maligno sortilegio della moda, è diventato difficile anche trovare un paio di scarpe giuste. A meno che uno non si accontenti di quelle miriadi di scarpe a punta che hanno invaso ormai da tempo tutti i negozi.
Stivali, camoscio, velluto, da sera, tutte sono desolatamente a punta, come fossimo tanti giullari. Come non fosse possibile essere ancora una donna che ama una calzatura classica ed elegante. Cercare delle scarpe con tacco alto, ma non troppo, e la punta arrotondata. Come quelle di sempre. Impossibile. Non ci sono! Persino nei negozi con un nome, la punta trionfa!
C’è da chiedersi se è più difficile trovare un paio di scarpe piuttosto che un marito.
Infatti ci sono quelle che si accontentano e quelle che continuano una ricerca disperata, che si lagnano, si disperano… ma alla fine quasi tutte trovano.
Non proprio quello che cercano, ma trovano.
Rimangono al palo solo quelle che vogliono troppo e a forza di continuare a cercare “quello lì” non si accontentano di “quello là”.
Le donne queste cose se le raccontano. Gli uomini parlano meno, così si sa se la loro ricerca è ugualmente disperata, se quasi tutti sognano “quella lì”, ma sono sposati con “quella là”.
La similutidine con le scarpe forse c’entra poco, ma io continuo a cercare… le scarpe chiaramente!!

Lasciando Praga… parte II

Ritornare dopo qualche giorno al solito tran-tran quotidiano non ha cancellato il ricordo ancora vivo di questa stupenda città con usi, costumi e clima totalmente diversi dai nostri, a cominciare dal freddo (l’ultimo giorno eravamo a – 15°). Neve: qualche spruzzatina di notte, ma la mattina subito ghiaccio.
Il nostro hotel si affacciava sulla Moldava (Vtlava per i praghesi), situato fuori dal centro, ma facilmente raggiungibile a piedi o con tram e metro.
Praga giace su 7 colli, in un quadro di dolci colline boscose. E’ il massimo centro della vita culturale, piena di Università, musei, Accademie, teatri. La sua storia, più che millenaria si respira nell’aria e l’insieme dei monumenti la fanno apparire come una delle più affascinanti città del mondo.
Passeggiando per la Malà Strana (città piccola) si arriva a quello che è il simbolo e l’orgoglio di Praga: il ponte S. Carlo che porta il nome dell’imperatore che lo fece costruire. Sfilate di statue imponenti si erigono ai lati formando così un un museo di scultura all’aperto. Gli ultimi tre piloni del ponte poggiano sull’isola Kampa (una piccola Venezia tra le acque) che il ruscello del diavolo divide dalla Moldava. Un tempo era l’isola dei mulini e delle lavandaie, oggi è un piccolo quartiere di pittoresche casette barocche, pullulante di negozi dove marionette di ogni specie e dimensione sorridono con aria nostalgica ai passanti.
Di fronte a noi, trasformata in un immenso parco, c’è la collina di Petrin, che domina la città.
C’è una torre simile alla torre Eiffel, molto più bassa. Ci dicono che in occasione di una festività, di cui non ricordo il nome, ogni 100 anni viene costruito un qualcosa che ricorda qualche altro monumento di altre città.
Poi la visita al quartiere ebraico ci lascia disarmati. Il cimitero che in ebraico significa “casa della vita” (Beth-Hachajim) è il più antico d’Europa e conta circa 20.000 lapidi. Una visita particolare alla Sinagoga Pinkas, nelle volte e sui muri sono trascritti i nomi con la data di nascita, deportazione e morte delle 78.000 vittime del nazismo in Boemia.
Il museo ebraico è la parte più toccante, specialmente nella sala dove sono esposti disegni, pensieri e frasi dei bambini trascinati nei vari campi di concentramento.
Spero di aver raccontato tutto e di aver fatto rivivere qualcuno che già conosce in questa città magica.

Lasciando Praga…

Sono tornata appena ieri da Praga, con gli occhi pieni di luci natalizie, cattedrali gotiche, castelli, piazze luccicanti di mercatini, festa di S. Nicola (che sarebbe poi la nostra Befana, festeggiata un mese prima), con angeli e diavoli per la città che elargivano dolcetti e carbone ai bambini,
birrerie ad ogni angolo di strada, viuzze periferiche e ponti dove scorre tranquillo e dorato il fiume Moldava, attraversato da battelli coloratissimi… e già ne sento nostalgia.
Ho visitato altre città straniere, colme di storia come la mia, la “caput mundi” per eccellenza, ed il confronto, vuoi per ricordi felici da turista, vuoi perchè effettivamente mi sembra tutto molto più organizzato e strutturato a livello umano, è sempre migliore rispetto a quello che lascio.
Tutto funziona nel migliore dei modi: metropolitana, tram, traffico, aeroporto, taxi, uffici informazioni, strade pulite, ordinate, gente rispettosa e cordiale nei rapporti con i turisti.
Mi sono fatta rapire dalla sua magia. Purtroppo, così come avevo letto da qualche parte, la prima notte non ho sognato nulla, così il sogno o il desiderio non si avvererà tra un anno e tre giorni!
Ora devo scappare, ma continuerò a raccontarvi di questa gita meravigliosa.