Incontri…

Sono a Livorno, nel suggestivo quartiere Venezia, con i suoi ponticelli, i suoi canali, le sue piazzette che ricordano l’atmosfera della Serenissima…

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Finalmente l’incontro! Nel Museo città di Livorno…

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Museo Città di Livorno

Questa città rende il giusto omaggio ad uno dei più straordinari e talentuosi pittori del ‘900, Amedeo Modigliani. Lui è tornato nella sua Livorno dove è nato e cresciuto e dove sviluppò la sua capacità creativa e lo spiritualismo ebraico.

Avrebbe voluto tornare in quel lontano 1920, lo aveva detto agli amici pittori di Parigi, ma la vita lo ha lasciato troppo presto. A 100 anni dalla morte, però, è tornata la sua anima, i suoi colori ed i suoi capolavori.

Con emozione mi addentro lungo i corridoi del museo… pareti ricoperte di opere. Ritratti, nature morte, paesaggi di una Parigi di inizio secolo: la ville lumiere, la metropoli, il centro della modernità, già mercato d’arte  e polo d’attrazione per pittori e scultori che vengono da tutta Europa.

Utrillo, Soutine, Kisling, Valadon, Derain con le loro opere, i loro colori, le loro anime… quelli che allora facevano la fame e oggi valgono milioni, primo fra tutti proprio lui, Modì.

83895393_10218960768961842_1908027384318132224_nElvira con il colletto bianco

83028721_10218936304750252_9201109782545563648_nFillet en bleu

83038048_10218936305470270_1123866192583327744_nRitratto di Chaim Soutine

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Ragazza in abito giallo

Jeanne-Hébuterne

E poi Lei, la sua musa pittrice e  donna amata appassionatamente, Jeanne Hèbuterne. Moglie devota e silenziosa che non ha saputo resistere alla voglia di vivere, dopo la morte di Dedo.

Un amore consumato fino all’ultimo respiro, quello del pittore esalato all’ospedale Charité il 24 gennaio del 1920 e quello della donna che il giorno dopo si gettò dalla finestra di casa sua. Al vuoto di una vita senza Modì,  Jeanne preferì quello del quinto piano di rue Amyot.

La visita è finita. I miei occhi sono ancora pieni di colori, di ritratti, di paesaggi e l’emozione che sento mi accompagna lungo le strade di questa città che per la prima volta osservo con sguardi diversi…

Prima di partire ho fatto una promessa. Dopo tanti anni di parole scritte, anch’io ho voglia e, perchè no, curiosità di un incontro reale. Appuntamento alla Terrazza Mascagni.

83560506_10218960768601833_1980501272356192256_nLa vedo in lontananza e già so che è lei… Non sono sola, ma in quel momento è come se lo fossi… Una corsa, un abbraccio forte, un’emozione incredibile e tante parole, non quelle scritte, quelle reali, a voce, parole di coraggio, di conforto, di solidarietà, di amicizia.

Dopo tanti anni è bello non essere più anonimi!

Ti aspetto carissima, hai una “bevuta” da queste parti!

 

 

Un Paese dell’altro mondo

Corruzione, mafia, burocrazia, incapacità di politici, amministratori, sindaci e governatori hanno “regalato” all’Italia i disastri che in questi giorni riempiono le pagine dei vari quotidiani.

Mose, Alitalia ed ex Ilva di Taranto, città contaminata pericolosamente. Questi tre disastri (e non solo) sono la testimonianza dell’incapacità di un Paese di uscire dal guado.

Circa trent’anni fa fu ideata un’opera di ingegneria idraulica unica al mondo, il Mose che, ci dicono ancora oggi, salverà la meravigliosa città di Venezia, patrimonio mondiale dell’umanità, dall’acqua alta. Un’opera che sarebbe stata ultimata nel giro di tre anni al costo di circa 10 miliardi di vecchie lire.

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Oggi, nel 2019, i costi sono arrivati a 6/7 miliardi di euro, l’opera non è stata ultimata e non si è sicuri nè quando finirà e nemmeno se servirà!

Risultano ridicoli i commenti dei politici attuali, dei sindaci, dei governatori e di tutti quelli (ahimè sempre gli stessi) che vivono di ospitate sui media e che cercano di dare la colpa a destra e a manca e di dire cosa si sarebbe dovuto fare. Tutti scienziati del dopo!

Alitalia. Purtroppo è il risultato di anni di scelte sbagliate, una girandola continua di amministratori e commissari capaci soltanto di ottenere lauti stipendi e liquidazioni milionarie. Un mare di parole e di soldi buttati e pagati da noi contribuenti. E nessuno che ha il coraggio di dire l’amara verità: che nessun altro concorrente interverrà seriamente al salvataggio fino a quando non si ridimensionerà il numero dei dipendenti, numeri gonfiati per assunzioni clientelari e nepotismo.

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Ex Ilva. Ormai quasi chiusa, nel silenzio-assenso totale della nostra classe politica. E pensare che l’idea del clown Grillo era di farne un parco giochi a Taranto!

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Scelte insensate, contratti fasulli, mazzette,  fondi spariti e l’incapacità di strategie ingegneristiche (ma dove sono i nostri “cervelli”? all’estero sicuramente) per evitare contaminazioni, da parte di amministratori fasulli che hanno pensato soltanto al proprio rendiconto economico.

Al di là delle chiacchiere, credo che noi italiani, per svariati motivi, siamo tutti colpevoli e dico anche che dovremmo vergognarci per avere, nel tempo, posto il nostro futuro e quello dei nostri figli nelle mani di una classe politica interessata solo a se stessa e ai propri voti.

Povera Italia…

 

 

 

Autunno…

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“Cosa ci insegna l’autunno?

Che dobbiamo lasciar andare le cose che non ci nutrono più.

Che nella malinconia c’è una bellezza struggente.

Che per voltare pagina, bisogna trovare il coraggio di far cadere le foglie secche, a costo di lasciar spoglio e freddo il nostro ramo.

Solo così, un giorno, potranno nascerci nuovi germogli.”

(C. Black)

E questo è il mio autunno…

 

Lavori in corso!

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Ogni tanto la casa, il nido che ci accoglie da molti anni, ha bisogno di qualche restauro…

Scatoloni, scatole, smontaggio mobili, tanta fatica, ma poi tutto sarà più nuovo e più bello! Ho sempre sostenuto la tesi che bisogna rinnovarsi… non solo nello spirito e nel modo di affrontare il futuro, ma nelle cose, negli oggetti, nel guscio che ci accoglie e che sopravviverà a noi.

A presto… spero…

 

Un tenero ricordo…

La famosa foto sul dondolo si ripete ogni anno. Le quattro nipoti sono pronte, in posa, ed il nonno scatta la dodicesima foto. Dodici sono gli anni delle prime due nate.

Facendo dei semplici calcoli, mancano sei anni ancora al compimento del 18 anno di età, sempre delle grandi. Ma quest’anno, dopo aver scattato la foto, il dondolo ci ha abbandonato! Sempre quello, sempre lo stesso… Sarà che i “fagottini rosa” sono cresciuti?

Scherzi a parte, il prossimo anno il nonno farà del tutto perchè il dondolo ritorni a fare il dondolo per la foto. Ce la metterà tutta! Perchè, come dice lui, deve essere sempre lo stesso… Paranoie di un nonno.

Supernonnamary, invece, ricordando un bellissimo film di Carlo Verdone, “Al lupo, al lupo”, storia di tre fratelli ormai grandi, alla ricerca di un padre scultore sparito,  lo ritrovano in una vecchia casa al mare, che li accoglie con la frase: “Vorrei morire, ma senza morte”, ho tentato di immedesimarmi in quel padre che ritrae i suoi figli adulti ricordandoli però, quando erano bambini…

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Il passo di Tersicore ed altro…

Il saggio di fine anno pian piano si avvicina. Le piccole e grandi ballerine di danza classica, moderna, aerea, tango e caraibica e canto attendono l’evento piene di gioia ed entusiasmo, consapevoli che ciò che andrà in scena rappresenta il risultato di tanti sacrifici, ma soprattutto di una grande passione verso l’Arte.

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Il saggio rappresenta l’insieme di più esibizioni che derivano da un percorso professionale e personale dell’allievo; inoltre segue un programma prestabilito che funge da filo conduttore nel racconto della trama scelta per le varie rappresentazioni.

Tutto questo dà vita a quello che viene definito con una sola parola: spettacolo!

Il fascino dello spettacolo permette, a chi si esibisce e a chi fa da spettatore, di viaggiare con la fantasia dimenticando una realtà che spesso non ci appartiene e da cui vorremmo fuggire…

Il lavoro procede fino al gran giorno. Tutto è ormai pronto. L’emozione è a mille, l’attesa non fa che moltiplicare il talento, la partecipazione, il piacere di esprimere e di esprimersi.

“Umani – Storie di animi ribelli che hanno cambiato il mondo” è il titolo di quest’anno. Dedicato a uomini, ma soprattutto a tante donne che hanno fatto la storia, da Oscar Wilde, a Frida Kalo (con la partecipazione nella scenografia di un mio quadro)

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Carla Fracci, Coco Chanel, Evita Peròn… e proprio sulle note di Don’t cry for me Argentina, l’esibizione del tango di gruppo…

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Una fatica ed un’emozione ripagata da tanti applausi!

 

 

 

La storia si ripete…

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”

(Dante Alighieri – Purgatorio – Canto VI)

Vorrei tanto poter essere ottimista, ma stiamo attraversando uno dei momenti più bui dei nostri tempi… e sembra che la cosa ci stia scivolando addosso.

La corruzione si è infiltrata anche nella Magistratura, mettendo a rischio la credibilità istituzionale. Si grida allo scandalo per l’inchiesta venuta alla luce in questi giorni, ma siamo sicuri che questi fatti e questi comportamenti non erano già noti da tempo agli addetti ai lavori?

Il sistema giudiziario italiano è considerato il meno efficiente tra tutti quelli dei grandi paesi europei. Processi lentissimi e tutti i tentativi di riformare il sistema sono rimasti bloccati. Se ne parla e basta.

Mi chiedo: come può un magistrato arrivare a tanto?

Così come per la politica, cala la fiducia dei cittadini anche per questa casta.

Troveremo una soluzione al “bordello”?

 

Storia del maritozzo!

Cos’è il maritozzo?

La storia del maritozzo risale al tempo dei Romani. Esistevano infatti delle pagnotte addolcite dall’aggiunta di miele e uvetta, pasto sostanzioso e nutriente che coniugava bontà a praticità, realizzato dalle mogli per i mariti. Da questo “panino” probabilmente derivarono i maritozzi, la cui ricetta originale prevedeva infatti l’aggiunta di uva passa. In tempi più recenti era l’unico peccato di gola che ci si poteva concedere durante la Quaresima – periodo in cui prendeva lo scherzoso appellattivo di “er Santo Maritozzo” – dalla forma più piccola, dal colore più scuro e arricchito da uvetta, pinoli e scorzetta d’arancia candita.

Sono molte le leggende e i racconti che ruotano attorno al maritozzo. Studiosi, poeti e artisti della tradizione romana si sono cimentati nel lodare lo squisito dolce. Il  Belli racconta come il maritozzo in passato venisse  donato dal ragazzo alla propria fidanzata il primo venerdì di marzo e che all’interno del suo cuore morbido fosse nascosto un anello o un’oggetto d’oro. In questa occasione il futuro marito prendeva l’appellativo canzonatorio di “maritozzo”.
Secondo altri, invece, con l’impasto veniva realizzato un dolce a forma di cuore e donato dalle ragazze in età da marito al più bel giovane del paese, che a sua volta avrebbe sposato colei che avrebbe preparato il più buono.

Acqua, farina, lievito, zucchero, latte, uova e burro o olio. Un’antica ricetta fatta di ingredienti semplici, ma che promette… di estasiare il palato! È il maritozzo, una pagnottella soffice, spaccata a metà e riempita di panna montata.

“Me stai de fronte, lucido e ‘mbiancato, la panna te percorre tutto in mezzo, co ‘n sacco de saliva nella gola, te guardo ‘mbambolato e con amore. Me fai salì er colesterolo a mille, lo dice quell’assillo d’er dottore, ma te dirò, mio caro maritozzo, te mozzico, poi pago er giusto prezzo! “(Ignazio Sifone, Ode ar maritozzo, Garbatella, 1964).

Ed ecco la ricetta, facile facile …

Ingredienti:

500 gr. farina di manitoba

70 ml. olio di semi

100 gr. uvetta ammorbidita

250 ml latte tiepido

1 uovo (più un tuorlo per spennellare)

1 pizzico di sale

70 gr. zucchero

8 gr. lievito di birra fresco

buccia di limone grattugiata

400 ml. panna da montare

Per il procedimento, sciogliere nel latte tiepido (non bollente), insieme ad un cucchiaio di zucchero, il lievito. In una ciotola disporre la farina a fontana, mettere al centro il latte, l’uovo, la buccia di limone, l’olio, il pizzico di sale e lo zucchero. Impastare il tutto ed aggiungere l’uvetta ammorbidita amalgamando bene il tutto.

Coprire e far lievitare fino al raddoppio di volume (circa 2 ore). Dividere poi l’impasto in 10 pezzi, impastare di nuovo e dare la forma di paninetti allungati. Disporli in una teglia rivestita di carta forno. Coprire e far lievitare per un’ora, Spennellare poi con il tuorlo sbattuto con poco latte. Cuocere quindi in forno preriscaldato statico a 170/180 per 15-20 minuti circa.

Far freddare, tagliare lasciandoli uniti alla base e riempire con panna montata!

E questo è il mio risultato della ricetta del mese…

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